ESISTE UNA MAFIA A LATINA? – Parte III

L’Italia è una Repubblica fondata sulle società a responsabilità limitata usa e getta

L’unica accusa per cui Gianluca Tuma è stato condannato nel processo Don’t Touch è quella di aver fittiziamente intestato la partecipazione al capitale di varie società ai suoi prestanome, ovvero a componenti della sua famiglia, al suo sodale principale e ad altri personaggi minori: la madre, il fratello Gino Grenga, la moglie, l’amico Giampiero Di Pofi ecc. Le società create negli anni sono tutte s.r.l., con l’eccezione dell’ultima (conosciuta) che risulta essere una S.p.A. per un motivo preciso di cui si tornerà a parlare in seguito.

Le società hanno nomi che non dicono niente, come Demo Service srl, Cubinvest srl, Finolim srl, Edilfer srl, Tecnoimp srl, Finclem srl, Tps Technical Paper Service & Support srl, Gespan srl, Gruppo Pandoc srl, Latina Ced Piccola Cooperativa srl, Toodip Food srl ecc. Tali srl si occupavano di edilizia, impiantistica edile civile, gestione di immobili, produzione alimenti ecc. Tuma, di fatto, disponeva le sue azioni ai prestanome e diceva loro ciò che dovevano fare avvalendosi di una commercialista (non indagata in Don’t Touch) che ne curava i bilanci.

L’ufficio principale da dove venivano gestite le operazioni amministrative delle varie società non era situato in una caverna in cui la primula pontina si metteva al riparo da notifiche di Tribunale o seccatori più o meno pericolosi. Da buon latinense, egli l’aveva situato, bensì, al centro della città, in Corso della Repubblica 138. Un civico dove erano site ufficialmente alcune delle tante società del suo sistema.

Corso della Repubblica, Latina

Tra le principali vi sono la Finolim, l’Edilfer (risultava l’utenza telefonica) e l’As Campoboario, la società che possedeva i marchi del Latina Calcio e in cui l’onorevole Maietta strinse la sua fraterna amicizia con Cha Cha: un legame talmente stretto che, ad esempio, quando vengono a rubargli dentro casa invece di chiamare le forze dell’ordine, l’onorevole, come da dettato sociale latinense, chiama il malavitoso per riottenere il maltolto e/o perché sa di aver pestato i piedi a qualcuno.

In quel civico sono stati ritrovati, inoltre, documenti della MGM spa di Mantovano, l’imprenditore pontino trapiantato a Roma per cui, a detta dell’indagine Appalti Enac, Tuma fungeva da “belva di scorta”. Peraltro, altra documentazione della MGM fu trovata a casa di Tuma. Particolari che, insieme agli altri già descritti (le mogli dei due avevano una società costituita insieme al noto civico di Via Flaminia a Roma), tratteggiano Tuma non come un semplice guardaspalle ma come qualcosa di più, probabilmente un partner di affari. D’altra parte, la caratura e l’intelligenza dell’uomo non possono relegarlo a un ruolo secondario. Tuma non è uno stradarolo, non lo è più da tanti anni: chi ha una marcia in più si smarca dal suo passato per arrivare a contesti molto più importanti rispetto a un’estorsione o una rissa.

Il mondo cambia con la Società per Azioni

L’unica S.p.A. del sistema di società conosciute di Gianluca Tuma fu costituita per compiere quel salto di qualità che, finalmente, lo avrebbe proiettato nell’imprenditoria seria e rispettata. Per la Cedil Spa (così si chiama), infatti, Tuma aveva posto nella compagine sociale tal Vincenzo Guerra (indagato nel secondo filone di Don’t Touch) e una delle sue innumerevoli srl, la Tps Technical Paper Service & Support. La Cedil avrebbe dovuto veicolare il cambio di passo, facendo entrare Tuma nella grande distribuzione alimentare nel centro Italia come esclusivista di un marchio di discount facente parte del gruppo Sigma, per cui trova le risorse finanziare, i locali dove stoccare e i rapporti con i concedenti del marchio.

Natan Altomare

Anche Natan Altomare, un personaggio che compare di tanto in tanto nelle cronache pontine, era coinvolto in questo affare. Con quale grado e quale interesse non è dato sapere fino in fondo poiché, a onore del vero, la sua posizione, una volta venuta alla luce l’inchiesta Don’t Touch, è stata immediatamente ridimensionata con la scarcerazione decisa dal Riesame. A cui è seguita un’archiviazione da rispettare e legittima avvenuta al contempo di una offensiva mediatica di Altomare che proclamava su diversi quotidiani la sua amicizia, non smentita, con politici di ogni colore politico: da Fazzone (con cui i rapporti si erano incrinati) a Enrico Tiero, da Moscardelli a Forte del Partito Democratico, per finire con il fratello del Ministro della Sanità Lorenzin. Che per un manager/fisioterapista di provincia come Altomare non deve essere stata proprio una brutta frequentazione.

La figura di Altomare, al di là dell’archiviazione, rappresenta un mondo pontino che prende il caffè con il politico e che, senza soluzione di continuità, richiama all’ordine i banditi stradaroli Travali.

Uno degli episodi contestati ad Altomare consisteva in un’estorsione ai danni di Fabio Menna, titolare di Progetto Amico (accreditato presso la Regione Lazio per l’assistenza ai disabili), da cui venne denunciato – contro l’archiviazione di Altomare, Menna ha fatto ricorso.

Al netto del venir meno giudiziario dell’episodio, è interessante notare come Menna denunci di essere stato minacciato da Altomare il quale, per ottenere i soldi che gli doveva, gli “promise” una visita di Tuma e Cha Cha. Che sia stata vera l’estorsione o meno (per la giustizia non vi è stata), ciò comunque denota come i nomi di Tuma/Cha Cha vengano utilizzati da un denunciante presso le forze dell’ordine per dare patente di credibilità alla denuncia stessa.

Menna, che per la magistratura non è risultato credibile, sa che, a Latina e non solo, quei nomi sono conosciuti e rimandano a un preciso paradigma di riferimento. In poche parole, incutono timore e gli imprenditori, i cittadini e le forze dell’ordine lo sanno.

Come accennato, l’Altomare è presente per l’affare “salto di livello” inerente ai supermercati. Più volte, dalle carte dell’inchiesta Don’t Touch, viaggia insieme in auto con Tuma. Almeno in un’occasione, come di solito fa un latinense ricco di amicizie pericolose, chiamava Cha Cha per lamentarsi di “Bula” Travali il quale aveva spaccato la testa a una persona, definita “quello dell’olio” (probabilmente un imprenditore che aveva fatto uno sgarbo), nonostante sia lui che Tuma gli avessero detto di smettere – che il legame tra gli stradaroli e quest’ultimo fosse sicuro lo testimonia il fatto che l’auto in uso a Bula Travali era intestata a una delle srl, la Latina Ced Piccola Cooperativa.

Ora, un uomo come Tuma che in passato era stato capace di ottenere informazioni riservate sul suo conto estrapolate dalla banca interforze al cui accesso ignoti avevano provveduto dalla sala operativa dei Carabinieri di Massa, e uno come Altomare che si rivolge direttamente alla politique politcienne che conta e che vola alto interessato a proprietà del Vaticano, immaginarli alle prese con un Travali dovrebbe risultare illogico. Eppure, entrambi sono molto attenti, e sanno di poter contare su questo mondo di sotto: il teorema dei mondi comunicanti di Carminati vale anche alle latitutidini pontine.

“Ci sono i vivi sopra e i morti sotto e noi in mezzo. C’è un mondo in cui tutti si incontrano, il mondo di mezzo è quello dove è anche possibile che io mi trovi a cena con un politico…” – Carminati dixit.

Natan Altomare, ad ottobre 2014, fa riferimento all’apertura di tre supermercati (uno a Latina, uno sulla Pontina vicino Borgo San Donato, uno a Terracina) dove poter assumere gente; sostiene, inoltre, che per quello di Latina Scalo (telefona persino a un’agenzia immobiliare “Case e Case”, per domandare di un capannone industriale da convertire in commerciale) stanno aspettando la variazione d’ispezione d’uso mentre, per quello sulla Pontina, vicino a Borgo San Donato, si tratterebbe di un discount del brand Tuodì.

Altomare si lamenta con Tuma che il capannone è a uso artigianale e non commerciale, e servono 80mila euro. Tuma, tuttavia, lo rassicura sull’esito dell’operazione e, al fine di farsi finanziare, si recano presso un istituto di credito di Frosinone dove conoscono un direttore di filiale (Banca Intesa) il quale avrebbe autonomia di delibera di finanziamenti sino a un milione di euro. I colloqui con il direttore non vanno molto bene poiché il bancario di fiducia non risulta più disponibile, per questo motivo decidono di rivolgersi a una persona a loro nota che potrebbe spingersi fino a un finanziamento di 500mila euro.

In mezzo a questi passaggi che sembrerebbero di due comuni imprenditori in cerca di credito, c’è una telefonata di Cha Cha, il capo degli stradaroli, definito recentemente dall’onorevole Maietta come incapace a gestire qualsiasi tipo di questione amministrativo-finanziaria: Altomare vuole rispondere ma Tuma, di fianco a lui nell’abitacolo dell’auto, si rifiuta dimostrando ancora una volta la sua attenzione ossessiva a non lasciare tracce.

Altomare è talmente interessato all’affare dei supermercati che chiede al Presidente di Federlazio di Frosinone, Alessandro Casinelli, di indicargli un’agenzia di guardiana stabilendo che la commessa per l’eventuale security è da un milione di euro. Dice Altomare testualmente: “Ho una catena di supermercati, grossa, a livello nazionale che deve mettere la vigilanza armata”.

È così che l’Altomare prende contatti con il titolare dell’agenzia della vigilanza e, prima di fissare l’appuntamento con quest’ultimo, chiede a Tuma dove possono incontrarsi (lo faranno molto probabilmente all’EUR di Roma). È palese che l’Altomare, per conto di Tuma o in affari con lui, prende contatti con il possibile addetto alla sicurezza: i preparativi della cosiddetta multinazionale (che poi è il franchising del brand Sigma) continuano nel segno dei probabili partner in affari Tuma e Altomare.

Cedil Spa: il salto di qualità a un passo

Che vòi rimanere a fare l’operaio tutta la vita, cioè, o ti accontenti di quello che hai o provi a fare qualche cosa che ti può portare a sta’ meglio”. Questo è ciò che Vincenzo Guerra sostiene, durante una conversazione telefonica con un amico, riguardo a ciò che Tuma gli avrebbe detto per convincerlo a imbarcarsi nell’operazione dei supermercati.

Come detto, nel progetto per la grande distribuzione alimentare, si costituisce tra Tuma e il presunto prestanome Vincenzo Guerra la società Cedil Spa. Tale società per azioni avrebbe dovuto consentire a Tuma l’ingresso in un mondo collegato a stretto giro col mondo delle cooperative bianche.

Il marchio a cui Tuma rivolge lo sguardo è quello bolognese di Sigma.

Sigma è un’azienda della grande distribuzione organizzata italiana, aderente a Confcooperative ossia una delle tre maggiori centrali cooperative d’Italia insieme a Legacoop e l’AGCI.

Il gruppo Sigma opera su quasi tutto il territorio nazionale, la sua sede centrale è a Bologna e possiede una decina di società locali, con centinaia e centinaia di punti vendita e un fatturato di oltre 3 miliardi di euro.

La Confcooperative, la lega di cui Sigma fa parte, è il gruppo italiano che rappresenta l’universo delle cooperative bianche, dove a farla da padrone è la dottrina sociale della Chiesa e, sopratutto, i contatti col mondo politico di area moderata. Niente male per uno che dalla magistratura, almeno fino a tutti gli anni Novanta, era conosciuto come essere un violento con il gusto delle pistole e delle estorsioni.

Dopo un iniziale accordo con il gruppo di Bologna, c’è un intoppo. Il proprietario dei marchi discount si mette di mezzo e vuole condurre in prima persona la trattativa. La novità costringe Tuma e Guerra a doversi incontrare di nuovo con il nuovo soggetto responsabile dei marchi e a intavolare una seconda trattativa, azzerando di fatto il precedente contratto “in fieri”.

Il primo stipulante del contratto con Tuma/Guerra si occupa del marchio dei discount al nord Italia, mentre i due pontini avevano messo gli occhi sul centro Italia. Era necessaria, infatti, la presenza del responsabile del centro-sud, solo in questo modo, dopo aver chiuso il contratto, il sodalizio avrebbe ottenuto i punti del marchio discount tramite la società Cedil Spa.

D’altronde, l’interesse di Tuma per il comparto alimentare è talmente forte che non si limita al marchio Sigma, ma cerca di sondare anche le possibilità per i brand Penny e Conad.

Il salto di qualità, ad ogni modo, passa da lì, per la grande distribuzione alimentare. È a Bologna che Tuma e Guerra prendono contatti con il nuovo responsabile Sigma con cui devono trattare. I supermercati avrebbero concesso allo Zingaro, come viene definito in un’intercettazione, di diventare non più quello delle tre proposte di prevenzione personale e/o patrimoniale andate sostanzialmente a vuoto (2002, 2006, 2007), ma un signor imprenditore che va a messa la domenica e che, magari, viene accolto anche in ambienti importanti come il mondo delle cooperative, i salotti buoni, gli appalti della PA, l’ambito militare ecc.

Cedil S.p.a. ha sede in Via Armellini 22 a Latina, e fu costituita ad aprile 2015. Il capitale sociale ammontava a 120mila euro: il 25% di Guerra (30mila euro), il 75% intestato a Tps (90mila euro) una delle società del sistema Tuma. Pare che anche Mantovano partecipasse all’affare mettendo a disposizione alcuni finanziamenti oltreché l’immobile di Via Armellini che risulta di sua proprietà. Mantovano, a quel che risulta dalle indagini, sarebbe dovuto entrare nel capitale sociale con un finanziamento pari al 50% del totale. L’amministratore unico era, come quasi sempre accade nel sistema societario Tuma, un’altra persona, per l’appunto Vincenzo Guerra che, da ciò che risulta dalle carte avrebbe messo una somma di circa settemila Euro, ossia molto di meno che il suo 25% avrebbe richiesto.

Tuma, nelle varie intercettazioni dell’inchiesta Don’t Touch, afferma che con questa operazione si sta prendendo il Lazio. I supermercati, però, non si chiameranno Sigma ma avranno il marchio denominato D’Italy, una linea discount di Sigma. Il senso degli affari non manca alla primula pontina: c’era spazio di manovra poiché il marchio D’Italy non è presente nel Lazio ma opera in alcune regioni del nord e del sud, in Abruzzo-Marche e nelle isole.

Durante le trattative, è Sigma a chiedere a Tuma di fare un spa se vuole la linea discount: per fare il salto di qualità si deve passare da srl a spa, serve un collegio sindacale “perché a loro quando arrivano i conti devono essere reali” (anche se si potrebbe fare una srl con un collegio sindacale). E la commercialista che segue tutte le società di Tuma glielo chiede esplicitamente, sapendo che le cose si complicano notevolmente a livello societario, normativo ecc.

Il primo discount si farà a Pontinia, l’altro sotto la Galleria Pennacchi (la commercialista espone diverse perplessità perché sotto la galleria è antieconomico). Quando apprende che i reali soci della Cedil saranno Tuma e Mantovano, che entrerà in un secondo momento acquisendo il 50% della TPS, proprietaria del 75% della Cedil, si preoccupa di cosa dire nel caso in cui i sindaci le chiederanno chi siano i soci. Considerato ciò, non è azzardato definire Vincenzo Guerra come un vero prestanome, vale a dire l’ipotesi della magistratura che lo ha indagato in Don’t Touch 2 per intestazione fittizia di beni insieme a Claudia Costanzo (compagna di Tuma), Gino Grenga, Vincenzo Guerra, Giuseppe Travali, Angelo Travali, Francesco Viola, Angelo Morelli e Stefano Ciaravino.

La maggioranza della Cedil era, come detto, della Tps Technical Paper Service & Support srl di proprietà del fratello di Tuma, Gino Grenga. Il capitale della Tps era di appena 10mila euro, come oggetto sociale il recupero di materiali di scarto e la sua sede risultava sempre al solito civico di C.so della Repubblica 138.

Come amministratore unico, dal 2012 al 2013, c’era un altra persona (non coinvolta in Don’t Touch), la quale aveva conferito la procura speciale per il deposito degli atti alla stessa commercialista di riferimento delle società di Tuma. Fu costituita nel 2007, dopodiché ci fu il passaggio verso un altro amministratore, per l’appunto Gino Grenga. Non risultano bilanci depositati dal 2007, e il suo iter di vita finanziario-amministrativo, ricavato dall’Agenzia delle Entrate, serve a rappresentare concretamente la vita e il destino delle società del sistema di Tuma: pochi o nessun utile, imponibili risibili, perdite, conclusione con il sequestro/confisca della magistratura oppure il fallimento. Nella fattispecie, la Tps, la società che reggeva la maggioranza per la S.p.A. con cui si doveva chiudere l’affare più importante della carriera imprenditoriale di Tuma, è stata confiscata con Don’t Touch.

Anatomia di un affare

In Don’t Touch, c’è un’intercettazione molto esemplificativa in cui la commercialista spiega a Tuma che non può ritirare i soldi di una sua società a piacimento, poiché per le srl hanno prelazione i creditori delle stesse. La commercialista gli suggerisce di chiudere gli altri creditori, di pulire il debito e, solo in seguito, ritirare i soldi.

Nella partita di giro fra tre sue società, Tuma fa notare alla commercialista, dimostrando una discreta dimestichezza tecnica, che solo in caso di fallimento deve dare prelazione ai creditori (almeno in teoria), e la restituzione del finanziamento della società verso un socio si può fare.

È proprio per l’operazione del progetto alimentare Sigma/D’italy che si pongono le suddette riflessioni poiché Tuma ha bisogno di liquidi per concludere l’operazione. Così vengono prelevati i soldi da un’altra società del sistema, la Cubinvest srl e il Tuma si premura di dire alla commercialista di trovare qualcosa per far quadrare gli atti per il registro delle imprese consapevole dell’azzardo dell’operazione.

Alla fine, per giustificare il prelievo di soldi dalla Cubinvest e spostarli alla Tps al fine dell’operazione Cedil Spa, Tuma suggerisce alla commercialista di metterla sotto forma di caparra andata a male (un metodo che, per fare un esempio, veniva utilizzato dal manager del gruppo Gavio nell’affaire lombardo che vide come protagonista l’ex Presidente della Provincia milanese Penati).

Rembrandt van Rijn, Lezione di anatomia del dottor Tulp, 1632, L’Aia, Mauritshuis

A marzo 2015, Tuma e Guerra si recano a Bologna per concludere con Sigma. I giorni precedenti sono febbrili: esaminano i dati dei discount di tutta Italia fino al 2014 e arrivano alla conclusione che su D’Italy hanno una leva di manovra notevole non avendo il marchio molti punti discount in Italia e, sopratutto, nessuno che ha la leadership nel Lazio.

I locali che Tuma può mettere a disposizione sono molti e di tanti mq tra cui un capannone da 800mq di proprietà della Finolim; un altro locale commerciale da 600 mq a Latina centro; un locale in costruzione a Terracina di 1000 mq; un locale commerciale di 450 mq ad Anzio; uno, ancora a Latina, dove disporre un punto logistico e stoccare la merce.

Sappiamo, inoltre, da Don’t Touch che Tuma sta cercando altri immobili a Cisterna, Velletri, Pontinia e in altri comuni della provincia, con la prospettiva di altri progetti come un “cash and carry” (un sistema di vendita all’ingrosso effettuato in grandi magazzini nei quali l’acquirente paga e porta via la merce a proprie spese) e un centro distribuzione.

Guerra è cosciente di essere solo una spalla nell’operazione ma teme che se il progetto non andrà in porto dovrà restituire a Tuma i soldi della sua quota. Dice testualmente in un’intercettazione “ho capito che paghi, che paghi tutto te però alla fine avemo detto che te li restituivo se tutto va bene…se tutto va male come te li do?”.

Guerra teme la situazione nel caso dovesse andare male, sa chi è Tuma, sa quali sono i pericoli. Spera che tutto vada bene così si divideranno le quote e in base ad esse il denaro; e potrà scalare i soldi che il Tuma gli ha anticipato, non per amicizia ma perché ha bisogno di prestanome e teste di legno come suggeriscono la storia e la struttura del suo sistema societario.

Il sequestro delle società di Tuma da parte della magistratura di febbraio 2015 ha bloccato l’intero affare Sigma/D’italy.

Meccanismi automatici

Una costante del sistema di società di Tuma si caratterizza nel fatto che i profili patrimoniali dei prestanome non giustificano gli investimenti di capitale nelle quote sociali. Né i parenti più stretti né gli altri hanno redditi o patrimoni sufficienti a giustificare gli esborsi.

È per queste sproporzioni che a febbraio del 2017 Tuma subisce dalla magistratura pontina, su relazione dell’Anticrimine, il provvedimento che ne ha bloccato l’ascesa.

Le società hanno spesso capitali sociali poveri che non giustificano operazioni di una certa importanza come nel caso della Cubinvest (nel settore della promozione e gestione centri commerciali), fondata nel 2003 con sede in Via Pio VI, il cui amministratore unico era la madre di Tuma (non indagata). La Cubinvest, la società con cui si è gestita l’operazione Cedil/TPS/Sigma-D’italy, ha un capitale di 10mila euro, ed è essenzialmente una scatola vuota con pochi utili e qualche perdita.  Ad esempio, un’altra società del sistema, la G. e G. Service srl, operante nel settore di facchinaggio, stoccaggio e trasporto merci, mostra utili assenti, capitale sociale di settemila euro ed è stata poi rivenduta a un altro soggetto non prima di aver ceduto rami d’azienda nel campo della panetteria, pizzerie e vendita alimenti ad altra società costituita appositamente da Tuma&co, la Gruppo Pandoc che in seguito ad alcuni cambi di proprietà è transitata dalla madre al fratello di Tuma. In sostanza, solo dopo averla svuotata, la G. e G. poteva essere venduta ad altro soggetto (probabilmente una testa di legno), ossia solo in seguito all’acquisizione delle unità operative da parte della nuova società (Gruppo Pandoc) che gestirà così le rivendite di pane di Via Isonzo e Via Cesare Augusto a Latina, e Via Moro a Cisterna.

Per quanto riguarda le srl del sistema Tuma, gli esempi di tal genere sono numerosissimi. Si potrebbe scrivere un manuale per srl, ad ogni modo ben conosciuto dagli addetti ai lavori di questo disgraziato Paese, le cui pratiche disinvolte nella gestione di società di tal tipo non esclude nessuna parte del territorio da Aosta a Palermo.

Rilevanti compravendite, passaggi di rami d’azienda tra società dello stesso soggetto, teste di legno che ne reggono l’apparenza, fallimenti più o meno indotti, consulenze sostanzialmente fittizie. Sovente è durante gli aumenti di capitale repentini di queste società che avvengono i passaggi ad altri prestanome come nel caso della Edilfer (che possiede il 33% dell’Immobil Re, altra società riconducibile a Tuma, la cui amministratrice era la proprietaria del capannone sulla Migliara 45 da cui scaturì il processo Pastore); sovente ci sono passaggi di soldi tra le società del sistema, dove una è indebitata o ha crediti con l’altra e così via.

Il meccanismo è rodato, praticamente un automatismo: costituzione di una società; un amministratore unico; procura speciale alla commercialista; nessun bilancio depositato; pochissimi o zero utili; qualche perdita.

Dalle carte dell’indagine Don’t Touch, si viene a conoscenza che Tuma disponeva delle risorse finanziarie delle società mentre gli amministratori erano all’oscuro di tutto. La fonte delle finanze era data da canoni d’affitto di immobili: risorse che il Tuma faceva girare tra le sue società ed altri soggetti senza apparente controprestazione, così come non erano giustificate le somme che si dava da solo tramite consulenze fittizie senza regolare contratto. La commercialista, per “dovere” di professione o forse intimorita dal tono autoritario di Tuma, eseguiva le operazioni. Uno spaccato che, come detto, non è differente in molte operazioni che avvengono nel nostro Paese. Operazioni che accomunano sia chi viene dalla strada e vuole fare uno “step” in più verso il benessere, sia chi viene da altri ambiti come il mondo delle professioni (le cronache sono zeppe di professionisti d’assalto) o la media e alta borghesia che sfruttano lo scarso controllo e le maglie larghe stabilite da provvedimenti impulsivi (come il decreto Monti).

Lo scenario di Latina rimane inesplorato

La storia raccontata che si è snodata in un questo reportage diviso in tre parti ha rappresentato la vicenda di un solo uomo e dei suoi rapporti. Dall’intreccio non si può stabilire con certezza che a Latina vi sia una criminalità organizzata o governata, piuttosto vi sono ancora più dubbi che questa possa mai esistere o, tantomeno, essere esistita.

È probabile che il territorio pontino non abbia mai avuto un controllo militare compiuto perché qui deve vigere il libero scambio di affari, interessi e uomini. Una sorta di porto franco con regole precise da rispettare.

Proprio da Casal di Principe partirono nel lontano 1989 Michele Coppola e Antonio Schiavone, entrambi incappati in guai giudiziari, ma senza conseguenze penali definitive; il primo è il cognato di Walter Schiavone (fratello di Francesco detto Sandokan), il secondo è il cugino “incensurato” dello stesso Sandokan e di Carmine Schiavone (nella foto), il pentito di camorra che per primo indicò la discarica di Borgo Montello come luogo dove sono avvenuti smaltimenti illeciti di rifiuti industriali.

Vale per il business dei rifiuti che ha compromesso un’area intera nella zona di Borgo Montello, vale per la possibilità di latitanti e banditi di venire a nascondersi nel nostro territorio con la complicità della mala locale – da Aprilia a Cisterna, da Latina fino a Formia e al sud pontino i casi sono innumerevoli nel corso degli anni.

La recente relazione della Commissione Ecomafie del Parlamento (Commissione di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati) ha confermato gli interessi che da anni i cittadini pontini sanno essersi manifestati nel nostro territorio, con l’interramento/sversamento di materiali tossici in un habitat che un tempo era caratterizzato da una straordinaria unicità. L’aggiunta di quattro testimoni, di cui si è criptata l’identità, che hanno parlato in Commissione non garantisce che le verità vengano finalmente a galla; anzi, oltre che a raccontare alcuni dettagli comunque inquietanti non hanno dato e non promettono di offrire il là a nessun tipo di rivisitazione né storica né giudiziaria. Verità sommerse o offuscate dal tempo ormai passato (le vicende dei Casalesi in terra latinense si perdono ormai tra gli Ottanta e i Novanta) e da un opinionismo slegato dai fatti.

Ciò che sappiamo è che i Casalesi, nelle varie versioni (c’erano quelli interessati ai rifiuti e quelli interessati a estorsioni, speculazioni edilizie, usure ecc.), sono venuti a Latina godendo di un lasciapassare pressoché totale dalle gang locali non interessate al core business dei rifiuti. Nel processo a Ettore Mendico, uomo dei Casalesi, è venuto alla luce, come noto, che addirittura i Ciarelli denunciarono per estorsione alle forze dell’ordine l’emissario di Castelforte. Il che potrebbe apparire curioso e vagamente illogico.

Altri osservatori apocrifi e non verificati sostengono che, addirittura, a fine anni Ottanta, i Casalesi e i clan di Latina (non solo i rom/sinti) si incontrarono durante una corsa clandestina sfoggiando un arsenale da guerra balcanica al fine di concludere un patto di non belligeranza.

È probabile che la “Latina provincia di Casale” vergata dalle parole di Carmine Schiavone sia stata una realtà concreta piuttosto che una suggestione, sebbene sarebbe un errore, ora, considerare il nostro territorio ancora animato dalle stesse dinamiche di venti o trenta anni fa. È altrettanto probabile che Latina, ormai sfruttata dal punto di vista del territorio, sia diventata uno scalo veloce per gli affari illeciti mordi e fuggi con una malavita che, però, non scorda la lezione del passato. Latina deve essere libera in modo tale che tutti, e dai più disparati interessi, possano concludere operazioni nell’ombra senza pestarsi i piedi.

Siamo pur sempre la città dei fallimenti alla Lollo e non solo (persino Tuma, in un’intercettazione, commentando il caso, si indigna), dei soldi in Svizzera di avvocati e politici, di cambi di destinazione d’uso selvaggi, delle soffiate di inchieste con passaggi d’informazioni e armi tra forze dell’ordine, malavita (Pasquale Verrengia condannato nel processo Caronte, ex brigadiere dei Carabinieri, forniva armi ai Ciarelli/Di Silvio per il tentato omicidio di Annoni nella guerra criminale del 2010) e uomini politici.

Un livello, quello politico, che presenterebbe vere sorprese se solo ci fosse la reale volontà da parte della politica medesima di sondarlo e scoperchiarlo.

Fine

Qui la prima e seconda parte del reportage.

UNA RASSICURAZIONE A TEMPO DETERMINATO

Prendiamo atto della nota pubblicata ieri sul sito istituzionale del Comune dall’amministrazione Coletta.
Tuttavia, le rassicurazioni contenute nella parte finale del comunicato – “Rimangono nella titolarità del Comune di Latina la concessione mineraria per le Terme, che scadrà a dicembre 2023, e i diritti di superficie vantati su un’area importante dei terreni di proprietà della Società Terme di Fogliano S.p.A., che rimarranno immutati anche a seguito dell’alienazione a terzi. E rimane naturalmente in capo al Comune di Latina il governo del proprio territorio” – sono aleatorie e puramente collegate alla durata di un mandato politico.
Come noto:
– quest’amministrazione ha già subito forti scossoni con la perdita di due assessori di riferimento (Costanzo e Buttarelli);
– non scorre buon sangue tra la plenipotenziaria super manager comunale Rosa Iovinella ed alcuni “big” di LBC tra cui spicca la figura dell’assessore al bilancio Capirci che potrebbe essere il terzo ad abbandonare una nave con evidenti difficoltà di governo;
– alcune forze centrifughe in seno ad LBC potrebbero minare il percorso amministrativo di una compagine “para” civica che molto probabilmente, a breve, uscirà allo scoperto per sostenere, ufficialmente, la campagna elettorale di Zingaretti (PD), governatore uscente della Regione Lazio.
L’appoggio a Zingaretti ufficializzerebbe la connotazione politica di una lista civica che, pur avendo condotto una campagna elettorale trasversale “scimmiottando” il modus operandi del M5S per ottenere il consenso di quella parte di elettorato orfano di una propria lista di riferimento, si collocherà definitivamente nel naturale alveo politico di un partito di sinistra.
Ciò potrebbe creare ulteriori spaccature in seno ad LBC e se ciò dovesse accadere l’amministrazione “benecomunista” potrebbe anche non riuscire ad arrivare a fine mandato.
In questa estrema ipotesi, quale sarebbe il destino dei 75 ettari posti in un’area costiera pregiata che, molto probabilmente, saranno acquistati all’asta con pochi spiccioli da qualche “palazzinaro” disposto ad attendere un’amministrazione più accondiscendete verso le speculazioni edilizie?
Scenari che Latina ha già vissuto e di cui sono ancora ben visibili le relative cicatrici urbanistiche.

TERME DI FOGLIANO – “STORIA DI UN FALLIMENTO”

E’ di ieri la notizia che la “storia infinita” delle Terme di Fogliano è giunta alla sua conclusione con il fallimento della società, partecipata tra il comune di Latina (86%) e la Provincia (14%), che avrebbe dovuto realizzarle.
Una storia che abbiamo cercato di raccontare attraverso alcuni “riscontri scientifici”  e la “cronologia” di alcuni fatti ed omissioni che hanno portato al fallimento di un progetto che, se realizzato, avrebbe potuto costituire un volano per l’economia locale e provinciale.
Un fallimento costato caro ai cittadini di Latina che nei due pozzi termali hanno perso denaro, sogni e speranze di sviluppo pubblico di un’area costiera pregiata che ora, invece, rischia di essere acquisita all’asta, con pochi spiccioli, da qualche “palazzinaro” che saprà attendere tempi a lui più favoreli per l’ennesima colata di cemento.
Un fallimento che, dunque, ha delle responsabilità politiche e individuali che potranno essere accertate e circoscritte solo con il coinvolgimento della Corte dei Conti del Lazio e, perchè no, anche della Procura della Repubblica di Latina.
Solo loro potranno verificare se, dai fatti che hanno condotto al fallimento della Società Terme di Fogliano SpA, sono o meno prefigurabili responsabilità erariali o penali a carico degli amministratori che si sono succeduti alla guida del Comune e della Provincia di Latina. E’ per questo motivo che il Tavolo di Lavoro “Mobilità ed Opere Pubbliche” del nostro Meetup, già promotore dell’esposto che ha dato l’input all’Operazione Olimpia, appena possibile, si riunirà per valutare la formalizzazione di un esposto alle sopraccitate autorità.

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Riferimenti:

https://www.latina5stelle.it/terme-di-fogliano-una-storia-infinita-1a-parte/

https://www.latina5stelle.it/terme-di-fogliano-una-storia-infinita-2a-parte/

LUCRO STRADALE

Dalla stampa locale (foto 1) apprendiamo come l’ex consigliere provinciale ed ex vicesindaco di Cisterna, Alvaro Mastrantoni (Nuovo Centro Destra), unitamente alla complicità di un ingegnere e dell’imprenditore aggiudicatario, lucrava su lavori di manutenzione stradale mettendo a rischio, dunque, anche l’incolumità di ignari automobilisti costretti a viaggiare su pavimentazioni realizzate NON a regola d’arte.
Del resto, ai cittadini della provincia di Latina, è nota la disastrata situazione delle relative strade provinciali.
E’ per questo che ci domandiamo se ciò non possa essere un “modus operandi” magari esteso anche ad altri lavori o altre ditte coinvolte in lavorazioni simili e, dunque, invitiamo le autorità competenti ad effettuare le opportune verifiche.
Ci chiediamo, inoltre, se al termine di lavori di manutenzione stradale vengano eseguiti controlli come quelli effettuati nel vicino comune di Pomezia dove l’amministrazione M5S, grazie ad approfonditi controlli di qualità durante il rifacimento delle strade, si accerta che tutti soldi dei cittadini siano investiti in lavori eseguiti bene ed in tempi certi (foto 2).

IL Tar boccia la Ciccarelli

Oggi (14-12-2017), il Tar ha annullato la gara d’appalto riguardante i servizi sociali per i disabili, accogliendo il ricorso presentato da Universiis. Il Tribunale amministrativo ha definito il criterio di scelta della commissione totalmente illogico poiché l’Universiis ha presentato un’offerta di ore maggiore rispetto ad Osa. Quindi bocciati pur avendo presentato un’offerta migliore Secondo il Tar quindi non ci sono gli elementi adatti per attribuire un punteggio maggiore all’OSA rispetto ad Universiis, pensate che si parla soltanto di uno dei vari contratti d’appalto, che vale 11mln di euro. Insomma non proprio una bella figura per una giunta che avrebbe dovuto cambiare libro ma che con questi comportamenti ci ricorda tempi e fatti di cui faremmo volentieri a meno di ricordare.

Secondo l’assessora alle politiche sociali Ciccarelli, il Tar avrebbe utilizzato un criterio quantitativo, mentre il bando a cui si fa riferimento puntava sulla qualità e che quindi il problema è tecnico e non politico. In realtà non è proprio cosi: definendo il criterio di scelta “immotivato” e “totalmente illogico” il Tar ha bocciato una scelta politica e ci ha dimostrato come su quel lotto l’amministrazione ha scelto il concorrente che prometteva un servizio peggiore rispetto all’altro.

a cura di Luca Pietrolucci