Author Archives: Bernardo Bassoli

Il caso Ciccarelli/Forlenza

Premesso che non vi fossero molte possibilità perché l’assessora rispondesse alla richiesta di chiarimento in base alle sue dichiarazioni di luglio 2016 (in merito al proscioglimento del marito/imprenditore Forlenza dall’inchiesta Mondo di Mezzo/Mafia Capitale), si può affermare, ad ora, che la delegata alle Politiche di Welfare e Partecipazione, Pari opportunità del Comune di Latina, Patrizia Ciccarelli, ha mentito, o ha omesso, o era inconsapevole riguardo a ciò che ha detto sul coinvolgimento di suo marito nello scandalo Mondo di Mezzo/Mafia Capitale. Che poi sia peggio la menzogna, l’omissione o l’inconsapevolezza per la credibilità di un assessore di un ente comunale lo stabiliranno i cittadini.

Dichiarare il coniuge prosciolto dall’inchiesta capitolina è stato un errore, sebbene non si voglia rappresentarlo come tale e si preferisce l’indifferenza a un desiderio di trasparenza. Non proprio il “non plus ultra” per un’amministrazione, quella attuale, che si prefigge di seguire la stella polare delle chiare scelte nei confronti del cittadino. Ad ogni modo, senza il rischio di essere apodittici, così è stato.

Il caso della menzogna, o dell’omissione, o della inconsapevolezza, che a una lettura emotiva e superficiale potrebbe essere derubricato a fatto privato, è invece piuttosto spinoso, sopratutto pubblico e indubbiamente non trascurabile. Senza contare che, mesi fa, una volta trattato da alcuni organi di stampa locale, ha causato le risposte piccate del duo Ciccarelli/Forlenza: dove l’assessora si rivolgeva con sdegno, quasi da lesa maestà, dimostrando, a suo dire, la totale estraneità ai fatti del marito, il medesimo, invece, predisponeva azioni civili per danni rivolte alla stampa locale.

Eppure, nessuno all’epoca dei fatti – almeno in due lassi temporali diversi: nel momento della nomina dell’assessora al Comune di Latina da parte del sindaco Coletta (estate 2016); a novembre 2016 quando l’imprenditore, marito dell’assessora, è stato coinvolto in un’indagine a Latina in merito all’affaire Cosmopolitan/fondi Erp – mentiva o diffamava scrivendo o invocando chiarezza rispetto al coinvolgimento dell’imprenditore in Mafia Capitale. L’imprenditore era coinvolto eccome.

Salvatore Forlenza, il marito dell’assessora Ciccarelli, è, dunque, indagato (come ormai noto e confermato) in Mondo di Mezzo/Mafia Capitale. E sarebbe bastato scorrere l’ordinanza del gip Flavia Costantini, non l’ultima che ha respinto la richiesta di archiviazione (febbraio 2017), ma quella, invece, che respingeva le misure cautelari (novembre 2014) dell’imprenditore originario di Potenza, per avere un quadro completo della situazione.

“Nei confronti di Salvatore Forlenza (coop Cns) e Franco Cancelli (coop Edera), è stato ritenuto sussistere, a livello di gravità indiziaria, il reato di turbativa d’asta, esclusa l’aggravante di aver agito per agevolare l’associazione mafiosa”.

Forlenza, da anni pezzo grosso della Legacoop laziale (all’epoca dei fatti), compare più volte nell’ordinanza del gip (2014) e, specialmente, in riferimento ad una gara del 2013-2014, afferente alla raccolta differenziata da 12 milioni, in cui venne posticipato il termine per presentare le offerte. Nello scontro tra il famigerato Buzzi e un’altra coop (Edera), il Forlenza di Consorzio nazionale servizi (Cns) interviene per risolvere la questione.

“Nella giornata di sabato 18.01.2014 a due giorni di distanza dalla presentazione delle buste con le offerte inerenti alla gara AMA n. 30/2013 per la raccolta del multimateriale, venivano registrati una serie di dialoghi da cui emergeva chiaramente che Salvatore Buzzi e Franco Cancelli della cooperativa Edera si erano incontrati per raggiungere un accordo per la spartizione dei lotti della gara”.

Le conversazioni di questo periodo evidenziavano uno scontro tra i due (Buzzi e Cancelli), poiché il Cancelli non intendeva rispettare gli accordi presi. L’intervento di Forlenza, secondo gli inquirenti, è da valutare “come inteso a trovare una quadra”.

Alla fine l’accordo viene trovato con tanto di sms papalino di Buzzi (rivolto agli “astanti”) “Nuntio vobis gaudium magnum habemus papam” e, a quanto scrivono i pm, con una busta (5mila euro) preparata dalla sodale del Buzzi stesso, nonché “custode delle scritture contabili illecite dell’articolazione di mafia capitale”, Nadia Cerrito (dal 13.01.2010, consigliere e vice presidente del CdA di Formula Sociale Società Coop. Sociale Integrata a r.l.; dal 24.11.2006 al 01.07.2010, consigliere della 29 Giugno Servizi Società Coop. Di Produzione e lavoro).

Secondo i magistrati, la busta da 5mila Euro fu impacchettata e pronta per il ritiro presso la coop “29 Giugno” a favore di Salvatore Forlenza. C’è di più.

Nell’ordinanza medesima si fa riferimento a rapporti di estrema vicinanza tra i due Salvatore (Buzzi e Forlenza) laddove si dice che sebbene, il Forlenza, sia coinvolto in una sola ipotesi di reato vanno considerati la “trama di rapporti che collegano Forlenza a Buzzi, che se per un verso, allo stato, non hanno consentito l’elaborazione di ulteriori incolpazioni, per altro verso connotano di illiceità la condotta dell’indagato, al punto da far ritenere che l’illecito penale sia una modalità abituale di cui egli si avvale nell’esercizio della sua attività economica. Eloquente esempio di tale assunto sono le conversazioni, in relazione a vicende diverse dalla turbativa d’asta contestata, nelle quali Buzzi condivide con Forlenza i risultati dei suoi rapporti illeciti dentro Ama, anche quando assumono il carattere dell’illegittimità. È il caso della comunicazione di notizie che per loro natura avrebbero dovuto essere riservate”.

Tuttavia, e onore del vero, in questa ordinanza del 2014, il gip Costantini considera il ruolo di Forlenza limitato – c’è una turbativa d’asta contestata e una richiesta (respinta) di misura cautelare da parte dei pm; e c’è un rapporto stretto con Salvatore Buzzi, colui che l’assessora Ciccarelli definiva cialtrone nell’intervista di luglio 2016 – non a tal punto però da impedire al gip, a febbraio del 2017, di rigettare la richiesta di archiviazione da uno dei filoni di indagine di Mafia Capitale/Mondo di Mezzo.

Un caso di ponderato giudizio, e al di sopra di ogni sospetto, poiché lo stesso gip Costantini decide diversamente in due lassi temporali distinti (2014 e 2017): se prima (2014) rigetta le misure cautelari, dopo (2017) non ritiene di prosciogliere il Forlenza. Un non proscioglimento assai rilevante se si considera che su 116 richieste di archiviazione da parte dei pm, solo tre, tra cui Forlenza, sono state rigettate.

Sarebbe stato sufficiente valutare accuratamente l’ordinanza di novembre 2014 per non incorrere in giudizi, da parte dell’assessora e del marito, a dir poco affrettati e sicuramente supponenti nei confronti dell’opinione pubblica.

Sarebbe bastato valutare assennatamente l’opportunità di insediare una professionista del terzo settore, con un marito da sempre operante nelle cooperative e, per lavoro, attento ai fondi pubblici, e per di più coinvolto nella massima indagine italiana rivolta alle cooperative (Mondo di mezzo/Mafia Capitale per l’appunto), per decidere in maniera diversa, anche al fine di allontanare qualsiasi urlo pretestuoso di chi non vede l’ora di gridare “al lupo al lupo”.

Un comportamento, mendace o omissivo o inconsapevole, quello dell’assessora Ciccarelli, che può destare molte perplessità traslandolo in merito all’indagine pontina sulla Cosmopolitan e sul palazzo, costruito con fondi Erp, in Via Degli Osci a Latina che ha coinvolto il marito/imprenditore. I reati ipotizzati dovrebbero quantomeno tenere alta l’attenzione da parte dell’amministrazione Coletta, della maggioranza consiliare e dell’opposizione che, al pari di LBC, tace in un silenzio di ghiaccio. Un’opposizione così abnormemente rumorosa per la scuola di Borgo Carso (con tutto il rispetto per genitori e bambini), l’importanza della metro (sic?!?) o per il triplice ruolo della segretaria generale Iovinella, e così silente riguardo al potente imprenditore Forlenza, nonché marito dell’assessora Ciccarelli.

Salvatore Forlenza

Bizzarrie” pontine che si ripetono sinistramente anche per altri casi ancor più noti: ad esempio, dopo il Riesame dell’inchiesta Olimpia, non una voce del PD si è levata nei confronti della cacciata di Mansutti che ha pagato i suoi rapporti con l’architetto Baldini, in uno “strano” rispetto della magistratura quando, a volte, è attaccata per molto meno; così come non una voce, ma nemmeno uno stridio, da parte di Fratelli d’Italia/Forza Italia sempre riguardo agli esiti del Tribunale della Libertà per Olimpia o al bubbone Maietta/Latina Calcio.

Solo un caso involontariamente ironico se tra le materie in trattazione della Ciccarelli ci sia anche il Diritto alla Casa e il Terzo settore. E se il marito, senza augurarglielo, fosse rinviato a giudizio per il caso del palazzo costruito con i fondi regionali e adibito a fini sociali, come agirebbe la moglie, assessora al Welfare? E la giunta Coletta procederebbe a costiuirsi in giudizio, dal momento che tra le condotte illegali ipotizzate ci sono l’usurpazione di proprietà comunale e la truffa ai danni del Comune?

Non può bastare la risposta di Coletta, datata alcuni mesi fa, secondo cui se la Ciccarelli fosse stata all’urbanistica ne avrebbe accettato le dimissioni, poiché quel palazzo in Via Degli Osci ha fini sociali e l’assessora Ciccarelli di sociale si occupa.

Non un caso per legulei esperti in cavilli, piuttosto di prevenzione e opportunità politica.

Assessora Patrizia Ciccarelli: inconsapevolezza o omissione?

In tempi di fake news, anche Latina ha le sue gatte da pelare. In questa occasione, però, i responsabili non sono i media o i siti di informazione ma un assessore del Comune di Latina, nella fattispecie un’assessora (così ama essere chiamata). Qualche mese fa, a luglio del 2016, l’assessora alle “politiche di welfare, partecipazione e diritti sociali, politiche sociali e famiglie”, Patrizia Ciccarelli, rilasciò un’intervista a ilcaffè.tv in cui dichiarava: “Mio marito è stato prosciolto, fa solo comodo pensare che io abbia una mano lunga e che sia stata messa al Comune di Latina per chissà quali scopi. Questa esperienza ha portato dolore, anche a me. C’era un cialtrone alla guida di Mafia Capitale che ha utilizzato dei canali per delinquere. Se uno volesse riflettere davvero su questa vicenda capirebbe che proprio per evitare situazioni del genere c’è bisogno di una pulizia all’interno dei Comuni, come ha fatto Latina”. Come noto, il marito dell’assessora è l’imprenditore Salvatore Forlenza, vicino da sempre al mondo delle cooperative rosse, che oltre ad essere coinvolto in Mafia Capitale, è stato imbeccato dalle cronache qualche mese fa per un’indagine che ha visto la polizia di Latina sequestrare i locali in cui si trova la sua società Cosmopolitan in via Degli Osci. Il sequestro preventivo ha interessato il piano terra della palazzina realizzata con fondi regionali e rientrante (o almeno sarebbe dovuta rientrare) nelle disponibilità del Comune di Latina. La società Cosmopolitan di Salvatore Forlenza si sarebbe “appropriata” della parte interessata dal sequestro e lo stesso Forlenza avrebbe subaffittato ad un’altra società per un’euro al mese i locali. Reati ipotizzati: truffa ai danni del comune, falso ideologico, occupazione e usurpazione di proprietà comunale. Questa notizia dell’11 novembre 2016 fu spazzata via dallo scandalo Olimpia che ha visto coinvolti Di Giorgi, Maietta and Co. Invero, la dichiarazione di luglio dell’assessora, che non è responsabile delle azioni del marito, ma lo è in merito a ciò che dice, è falsa. Il proscioglimento di suo marito dall’indagine di Mafia Capitale, Salvatore Forlenza, non è mai esistito. Per di più, oggi, la gip del Tribunale di Roma Flavia Costantini, chiamata a giudicare sulle 116 richieste di archiviazioni da parte della Procura capitolina per Mafia Capitale, ha respinto la richiesta di archiviazione solo per tre delle 116 richieste. Una delle tre richieste respinte riguarda, per l’appunto, suo marito, l’imprenditore Salvatore Forlenza.

Delle due l’una: l’assessora Ciccarelli non sapeva oppure ha mentito.
È opportuno un chiarimento da parte dell’assessora, si spera che arrivi quanto prima.

LA BILANCIA SBILANCIATA DELLA GIUSTIZIA SOCIALE: un piccolo caso e alcune riflessioni

Nel numero del 29-12-2016 di “Latina Oggi”, vi era un titolo che riprendeva un’intervista rilasciata il giorno precedente a “la Repubblica” dal senatore Giuseppe Vacciano. A pagina 4, sul quotidiano pontino, vi era scritto: “Vacciano insiste: basta con i vitalizi”. Senza indulgere in alcuna polemica né con il giornale né con Giuseppe Vacciano (non c’è interesse né intenzione), ci sono da registrare diverse cose che fanno strabuzzare gli occhi e suggeriscono alcune riflessioni.
Il vitalizio, di fatto una rendita di stampo grillesco (nel senso del Marchese del Grillo: “Io so’ io e voi…”), fu abolito sostanzialmente dal gennaio 2012 con l’introduzione del nuovo trattamento previdenziale dei parlamentari, basato sul sistema di calcolo contributivo già adottato per il personale dipendente della Pubblica Amministrazione. Vitalizi, che è bene precisare, permangono per chi già li riceveva, prima che il Governo Monti ponesse le condizioni attraverso il decreto legge del 2011 affinché Camera, Senato e Regioni recepissero e applicassero le varie sforbiciate, con distinguo e iniquità caso per caso, tra ricorsi e contenziosi che durano ancora oggi. Sul sito del Senato della Repubblica, nella sezione dedicata al trattamento economico dei senatori, si legge alla voce “Pensioni” che: “Il diritto al trattamento pensionistico si matura al conseguimento di un duplice requisito, anagrafico e contributivo: l’ex parlamentare ha infatti diritto a ricevere la pensione a condizione di avere svolto il mandato parlamentare per almeno 5 anni e di aver compiuto 65 anni di età. Per ogni anno di mandato oltre il quinto, il requisito anagrafico è diminuito di un anno sino al minimo inderogabile di 60 anni. Coerentemente con quanto previsto per la generalità dei lavoratori, anche ai Senatori in carica alla data del 1° gennaio 2012 è applicato un sistema pro rata: la loro pensione risulta dalla somma della quota di assegno vitalizio definitivamente maturato, al 31 dicembre 2011, e della quota di pensione riferita agli anni di mandato parlamentare esercitato dal 2012 in poi…Infine, con la deliberazione del Consiglio di Presidenza n. 57 del 7 maggio 2015, è stata disposta la cessazione dell’erogazione degli assegni vitalizi e delle pensioni agli ex senatori condannati in via definitiva per reati di particolare gravità”.
Un regolamento che per le pensioni è praticamente identico anche per i deputati della Camera. E sopratutto uno sconto rilevante se si considera che, nel 2018, anno della scadenza naturale della legislatura in corso, la legge Fornero fissa a 66 anni e 7 mesi l’età pensionabile dei comuni mortali; e sopratutto un’iniquità vestita di cavilli e forma se si tiene conto che i coefficienti di rivalutazione dei contributi versati dai parlamentari sono di gran lunga più vantaggiosi di quelli previsti dalla riforma che porta il nome della ministra del Lavoro, famosa per aver pianto e distrutto il sistema pensionistico italiano ignorando deliberatamente i diritti acquisiti e i patti morali tra generazioni.
In un esaustivo articolo di qualche mese fa de Il Fatto Quotidiano veniva pubblicata un’interessante sintesi dell’iniquità: “Un deputato eletto nel 2013, quando aveva 27 anni, che cesserà il suo mandato nel 2018 senza essere riconfermato per il secondo, percepirà nel 2051 (a 65 anni) una pensione compresa tra i 900 e i 970 euro al mese, quando il 64,7% delle pensioni erogate in Italia è inferiore ai 750 euro/mese. Se, invece, l’onorevole eletto sempre nel 2013 a 39 anni, sarà riconfermato fino al 2023, con due legislature alle spalle potrà andare in pensione nel 2034 (a 60 anni) incassando circa 1.500 euro al mese. Entrambe le simulazioni, ipotizzano che i contributi accantonati nell’arco della carriera parlamentare dai due ipotetici deputati siano gli unici versamenti effettuati nell’intera vita lavorativa”.
Al di là del fatto in sé (il titolo dell’articolo di Latina Oggi) che è falso – il vitalizio non esiste più per i nuovi eletti del 2013, e sono sicuro che i senatori e i deputati lo sanno e il quotidiano, solo per necessità di sintesi giornalistica, ha utilizzato il termine errato -, è doveroso altresì ricordare che i nuovi regolamenti di Camera e Senato, stabiliti nel 2012, non debellano il virus del privilegio. E non mi riferisco all’odioso assegno di fine mandato che, a fine legislatura, sarà corrisposto a senatori e deputati: al termine del mandato, il parlamentare riceve dai rispettivi fondi (uno della Camera e l’altro del Senato) l’assegno pari all’80 per cento dell’importo mensile lordo dell’indennità, moltiplicato per il numero degli anni di mandato effettivo. Bensì, la mia trascurabile attenzione va verso altri aspetti che definirei intollerabili dal punto di vista politico e della giustizia sociale.
È bene fare una premessa: a gennaio pare che verrà depositato il testo di un provvedimento all’Ufficio della presidenza della Camera che prevede una buonuscita per i parlamentari anche laddove la legislatura si concluda prima del 15 settembre 2017, il che significherebbe per i parlamentari la perdita dei contributi fin qui versati senza avere diritto all’assurda pensione summenzionata che sempre di privilegio trattasi. Il senatore Vacciano propone, citando (si spera involontariamente) l’arte fasulla del compromesso, che questa buonuscita venga versata direttamente nelle rispettive casse previdenziali di ciascun parlamentare. Certo, si dirà, meglio così che una pensione per chi ha lavorato solo 4 anni e 6 mesi! Tuttavia, agli occhi di chi vede i portavoce (ed egli entrò come tale, salvo poi prendere altre decisioni) uno strumento dei cittadini per aprire il Parlamento come “una scatola di tonno”, la proposta è indigesta perché viene a patti con l’ennesimo contentino pro-casta che una classe dirigente di incapaci qual è quella renziana prova a fornire alle sue truppe in modo da rabbonire le ansie torbide dei professionisti degli scranni parlamentari in cerca di prebende e promesse per il futuro. Va detto che gli 8 deputati Pd (Sereni, Giachetti, Fontanelli, Rossomando, Miotto, Pes, Valente e Sanga), che hanno ipotizzato la buonuscita, insieme agli altri 5 colleghi della maggioranza dell’Ufficio di presidenza, avrebbero i numeri per far passare il provvedimento della buonuscita. Però è altrettanto lapalissiano che, per coloro i quali si sono sempre posti contro caste e privilegi, è inaccettabile sentir pronunciare frasi come quelle dette da Giuseppe Vacciano: “Stiamo studiando questa proposta alternativa con la collega Maria Mussini (espulsa dal Movimento) e la presenteremo all’ufficio di Presidenza del Senato dopo le feste. È un compromesso che potrebbe piacere anche a quelli che vogliono restare”. Con chi vuole restare per acquisire una pensione ingiusta non si fanno compromessi ma, piuttosto, si attuano forme di denuncia pubblica e, magari, si impiega il tempo a studiare una mossa per eliminare anche l’assurda buonuscita.
Qui non si tratta di abolire il vitalizio che è già stato abolito da Monti, ma di abolire l’assurdo privilegio di 50 mila Euro cash o in cassa previdenziale (come suggerito da Vacciano) a fronte di soli 4 anni e sei mesi di versamenti. Ora, ditemi voi, chi nel mondo – a parte i bonus di banchieri o manager di società di Stato o di istituti finanziari ecc. – dopo aver lavorato solo 4 anni e sei mesi, può maturare una pensione minima di più di 900 euro a partire dai 65 anni, in deroga a qualsiasi maledetta legge Fornero, o avere un bonus da 50 mila Euro che sia cash o da versare nella cassa previdenziale. Nessuno, ovviamente. Vacciano studia la proposta con la Mussini: se avesse voglia di essere dalla parte dei cittadini studierebbe un modo per abolire il privilegio dei 50 mila Euro, oppure per eliminare la pensione minima dopo 4 anni e sei mesi, ma non di certo la via per travasare 50 mila Euro nella cassa previdenziale di ciascun parlamentare. Un voltafaccia nei confronti di coloro che fanno fatica a versare i contributi – ormai milioni in Italia, e sopratutto giovani – e che, persino laddove dovessero contribuire regolarmente, andrebbero in pensione a oltre 70 anni (più generazioni) con una quota da fame che tanto vale non versare niente.
La riforma Fornero, infatti, come noto, ha innalzato per i comuni mortali l’età pensionistica di uomini e donne, stabilendo i requisiti per la “pensione di vecchiaia” (in base all’età anagrafica): minimo 20 anni di contribuzione e 66 anni di età per donne del pubblico impiego e uomini (Pa e privati), 62 anni per donne del settore privato (poi 66 anni e 3 mesi nel 2018), 63 anni e 6 mesi per donne lavoratrici autonome (che diventeranno gradualmente 66 anni e 3 mesi nel 2018).
Ha abolito la “pensione di anzianità” sostituita dalla “pensione anticipata”in modo che oggi (domani sarà di più) bisogna aver lavorato 41 anni e 3 mesi per le donne o 42 anni e 3 mesi per gli uomini. La riforma prevede un adeguamento periodico dei requisiti di pensionamento in funzione dell’allungamento della speranza di vita. La norma prevede l’aumento dei versamenti contributivi per una serie di categorie occupazionali: cui artigiani, commercianti, lavoratori agricoli e lavoratori autonomi. Senza contare i tagli che furono attuati alle rivalutazioni delle prestazioni pensionistiche che superavano tre volte il trattamento minimo e gli “effetti collaterali” di aver creato una nuova categoria di giustamente arrabbiati sociali: i tristemente noti esodati.

Ora, non è Vacciano a doversi sobbarcare questo compito, ci mancherebbe.
Vi sono depositate numerose proposte di legge alla Camera e al Senato che cercano di porre rimedio e si spera che sia il Movimento Cinque Stelle ad abolire per sempre questi privilegi.

L’articolo di Latina Oggi è funzionale per riflettere sul grado di lontananza dall’oggettività che il Palazzo può far raggiungere a persone sicuramente oneste e vieppiù responsabili di un atteggiamento corretto nei confronti del Paese che un termine sociologico definirebbe “reale”.
Lo stesso Movimento Cinque Stelle, nel Codice di Comportamento dei Parlamentari, prevede che ai portavoce sia corrisposto il trattamento pensionistico con sistema di calcolo contributivo, vale a dire la pensione minima di cui si è scritto fino ad ora e verso cui nessuno che elargisce da una vita a casse Inps, o afferenti a professioni ordinistiche o altro, senza la prospettiva di una pensione degna, può ritenere giusta.
Il compito è duro, valendo in essere degli impedimenti di carattere costituzionale, ma è importante che non si perda di vista la propria origine anche nel caso in cui si è stati eletti con i voti del Movimento e preso altre strade autonomamente e sbagliando gravemente con ripercussioni di carattere politico per la città e la provincia di Latina, con l’aggravante di un Porcellum che è l’antitesi del merito per ciascuno degli eletti.
Nessun cittadino, dopo una legislatura così scadente, con parlamentari scelti e votati da alcuno, ha desiderio di ascoltare forme mediocri di conciliazione.

L’Italia è un Paese ingiusto per tanti motivi, le riforme pensionistiche più recenti, da Dini a Fornero, l’hanno resa ancor di più iniqua. Non aggraviamo l’ingiustizia con uscite fuori luogo che non tengono conto di milioni di cittadini che lottano e sperano tra contributi Inps predatori, rinunce e sacrifici non degne di un Paese civile.

Latina 5 Stelle Magazine – numero 5

Latina 5 Stelle Magazine numero 5. È arrivato, è ricco di immagini e parole, e pronto ad essere sfogliato. I temi, come sempre, nascono dalla passione di chi lo scrive: cultura, società, occasioni di sviluppo mancate, Latina, le sue contraddizioni.
Lo trovate qui:

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Buon magazine a tutti!

Cittadini forti e liberi

Il cammino è ancora lungo ma da oggi i cittadini sono un po’ più forti e liberi. Nell’ambito dell’accordo stipulato tra Comune e Questura, oggi è stato sgomberato il campo di calcio utilizzato, un tempo, dalla società A.S. Campo Boario “Forti e Liberi”. Le quote della società sono state sequestrate già all’epoca dell’operazione Don’t Touch che ha rappresentato un momento di verità (ancora non del tutto compiuta) riguardo alla mala latinense. La società di calcio era sotto il controllo di Cha Cha Di Silvio, Gianluca Tuma e altri sodali, coinvolti nell’inchiesta e, in seguito, nel processo Don’t Touch.
È in quella società e in quel campo che nasce l’amicizia inopportuna tra Cha Cha e il deputato di Fratelli d’Italia Pasquale Maietta.
Persino dopo il grave episodio del 2004 quando, in seguito a un violento episodio di rissa durante una partita di calcio, la società dei “Forti e liberi” fu radiata dal campionato, nessuno nell’amministrazione comunale e nella politica tout court sentì il bisogno di denunciare ciò che quel campo – dove il Comune non faceva pagare i canoni d’affitto – rappresentava in un quartiere che con fatica cerca la strada del riscatto e della riqualificazione.
Ecco cosa si intende quando si suggerisce sommessamente al sindaco, alla giunta e ai consiglieri di maggioranza di non accettare consigli da chi ha amministrato e da chi non ha fatto un’opposizione degna di questo nome.
Nel 2015 è iniziata l’operazione. Vi è stato bisogno di un commissario prefettizio, Barbato, per procedere a qualcosa di sacrosanto: il sequestro della struttura che presenta, oltre che al campo, un fabbricato per gli spogliatoi, una piccola tribuna ormai in disuso e, sopratutto, fino a questa mattina, cavalli del clan che scorrazzavano beatamente anche dopo le operazioni di qualche settimana fa che videro il sequestro di altri equini appartenenti alla stessa famiglia e lasciati in condizioni di salute precaria in altre zone della città.
È stato importante che l’amministrazione attuale abbia sottoscritto un protocollo di collaborazione con la Questura, che conosce bene le dinamiche del clan, e abbia dato continuità alle disposizioni del commissario Barbato.
Da oggi, in Via Coriolano, dove sono state sequestrate nella stessa operazione anche automobili di lusso e altro, c’è un po’ più di giustizia e civiltà. E i cittadini sono più forti e liberi.
Sarebbe eccezionale e altamente auspicabile che adesso quel campo venisse utilizzato da una società trasparente e rispettosa dei valori dello sport. Una società che metta al centro i giovani e consenta loro di giocare a calcio con il rispetto dell’avversario e senza la presenza di personaggi che non possono educare al bello della rappresentazione straordinaria e sacra qual è lo sport.