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MAIETTOPOLI È TORNATA

Ci volevano le dichiarazioni del Premio Strega Antonio Pennacchi per far sì che l’onorevole Maietta – che piaccia o meno rappresenta il territorio pontino nel Parlamento – si prodigasse in una difesa personale che ha mescolato il surreale e il patetico mai assente nel Paese del melò. Il riferimento ai propri figli (peraltro mai nominati da chi lo critica, ci mancherebbe), poi, impasta il tutto di una dose che sembra inoculata da una rediviva Filumena Marturano donando al contesto una lacrima sul viso.

Buttare la palla nel campo degli affetti, infatti, è un meccanismo da social molto abusato: è sufficiente una frase in ricordo di, o un accenno al “tengo famiglia”, che i “like” (il nuovo imperativo dell’ordine mondiale!) esplodono e i baci perugina si sprecano. Esemplificativo il commento al post da parte di Tripodi Angelo Orlando – “capisco pienamente il tuo sfogo e il tuo dolore nel dover lasciarla (si riferisce a Latina) per difendere i tuoi Amati figli” -, un altro politico locale che, dopo diversi volteggi, è approdato a Pirozzi (il nuovo chirurgo maxillo facciale di politicanti in cerca di plastiche), ma che ha almeno il pregio intellettuale (si fa per dire) di schierarsi dalla parte di Pasquale Maietta. Mentre il cosiddetto establishment pontino politico e non, citato da Maietta, tace all’ombra della linea della palma.

Il “ticket” Pennacchi-Maietta alimenta, involontariamente o meno, quanto di peggio vi sia nella cultura della legalità di questa città con riverberi stonati su tutta la provincia di Latina che, già ammalata di corruzione e mafia, non aveva proprio bisogno di queste ultime sparate.

L’onorevole di Fratelli d’Italia ci offre la sua personale lettura delle frasi di Pennacchi (“la città ha accettato la perdita della Serie B senza fiatare per colpa dei poteri forti. È stato anche un problema di pregiudizio razziale per Maietta perché è nero e l’altro perché è zingaro”) rammaricandosi del fatto che, invece di “discutere con un dibattito sociologico” (sic!) intorno al solenne interrogativo posto dallo scrittore (“Perché, a differenza di tutte le altre città d’Italia l’establishment di Latina non ha fatto nulla per impedire la scomparsa della squadra di calcio dalla serie B?”), qualcuno (il blog Latina 5 Stelle, Latina 24ore, il Messaggero e, parzialmente, un editoriale di Latina Oggi) ha osato, nel silenzio generale della politica pontina, scrivere due righe per rispondere ad alcune affermazioni, quelle dello Strega, che sono eufemisticamente fuori luogo. Tanto per rimanere sul velluto.

L’ex Presidente del Latina Calcio, nella sua articolessa, ammonisce i polemici dicendo che ha lasciato il Latina Calcio nel momento delle inchieste, dimenticandosi che ha ceduto la società in condizioni pessime, e a un passo dal fallimento (che poi infatti si è concretizzato), a una cordata che se fosse stato un film di Risi o Monicelli avrebbe almeno strappato ai tifosi e alla città qualche risata. Non da solo, intendiamoci: a quella cordata mista di anziati e lapponi aveva dato credito anche qualcuno di quell’establishment pontino che Maietta richiama nel suo post e, sopratutto, l’ex Presidente della Lega Nazionale Professionisti Serie B Andrea Abodi che si scomodò per venire a Latina e offrire a Benedetto Mancini&Co il suo benevolo augurio. Che poi, Abodi, sia rimasto nel ruolo di presidente di B Futura, “il progetto attraverso il quale la Lega Nazionale Professionisti B fornisce a club ed altri stakeholder (Amministrazioni locali, Sgr ed investitori privati) gli strumenti necessari per la realizzazione e la riqualificazione di impianti sportivi”, conferma la determinazione dell’uomo in un Paese dove gli stadi, che sarebbero di sua competenza almeno per la serie cadetta, sono i peggiori d’Europa (ormai ci stanno superando anche quelli dell’est).

Maietta affila la penna snocciolando cifre di debiti, entrate, e ribadendo di aver elargito milioni di Euro per la causa, sfidando “qualsiasi azienda locale con pari volume di affari ad una comparazione di bilancio”.

Peccato che una volta che i due curatori fallimentari Vincenzo Loreti e Luca Pietricola si insediarono a marzo del 2017 (Maietta lasciò a dicembre del 2016), esordirono con affermazioni di tutt’altro tenore: “Quando siamo arrivati qui, in cassa c’erano 56 euro. In seguito ad un’intuizione notturna del del Dottor Loreti, venerdì mattina siamo venuti a verificare anche se gli impianti sportivi fossero coperti o meno dall’assicurazione per responsabilità civile. Abbiamo scoperto che entrambi erano scoperti, sia il Francioni non aveva la copertura assicurativa da febbraio, sia la Ex Fulgorcavi dove si svolgono regolarmente gli allenamenti e svolgono le partite i ragazzi del settore giovanile. Non c’erano neanche le polizze e non sapevamo nemmeno a chi telefonare per capire quali potessero essere i costi”. E chissà se Pietricola e Loreti facciano parte dei poteri forti o siano semplicemente dei razzisti nei confronti del “nero” e dello “zingaro”. Al dibattito sociologico l’ardua sentenza.

I deferimenti preannunciati dai curatori fallimentari – la non corrispondenza di emolumenti; le ritenute Irpef, i contributi Inps; il procedimento relativo a collegamenti tra tesserati e personaggi della malavita – arrivarono irrimediabilmente dando seguito anche ad inibizioni.

Furono deferiti, in due procedimenti distinti, Pasquale Maietta (Amministratore e legale rappresentante pro-tempore), Antonio Aprile (Amministratore e legale rappresentante pro-tempore) e Fabrizio Colletti (Direttore Generale e legale rappresentante pro-tempore) “per aver violato i doveri di lealtà probità e correttezza, per non aver corrisposto, entro il 18 aprile 2016, gli emolumenti dovuti” e “per aver violato i doveri di lealtà probità e correttezza, per non aver corrisposto, entro il 18 aprile 2016, le ritenute Irpef e i contributi Inps” ai propri tesserati, lavoratori dipendenti e collaboratori addetti al settore sportivo.

Fu inibito per 4 mesi Pasquale Maietta a causa dei rapporti con Costantino “Cha Cha” Di Silvio, dopo che la Procura federale aveva così sostenuto, tramite il suo Procuratore Giuseppe Pecoraro, durante un’audizione all’Antimafia del Parlamento: “Abbiamo aperto un provvedimento disciplinare nei confronti della società Latina e dell’ex presidente Pasquale Maietta. Oltre all’allenatore Mark Iuliano ed a due giocatori. La protezione era di tale Costantino Di Silvio detto Cha Cha. Vi era una frequentazione da parte dei giocatori con il Di Silvio e questo decideva chi dovesse entrare in curva, addirittura. Ci sono violazioni dell’articolo 1 bis del codice di giustizia sportiva, i giocatori si sentivano protetti da tale Di Silvio, organico alla criminalità organizzata”.

I giocatori Alessandro Bruno e Marco Crimi furono prosciolti, lui, Pasquale Maietta, no.

Dunque dire come fa Maietta che, in fondo, alcuni milioni di Euro sono stati pagati, non emenda dal fatto che la giustizia sportiva ha già reso il suo contributo alla vicenda certificando che non tutto è stato pagato, per non parlare poi dello stato di decozione descritto dal curatore Luca Pietricola, e dei canoni dello Stadio Francioni e della Fulgorcavi che, nonostante un accordo con l’ex commissario prefettizio Barbato, non furono mai corrisposti nelle casse dell’ente comunale. Per amor di sintesi, inoltre, non sarà in questa sede che si ripercorreranno (lo abbiamo fatto più volte) le vicende di un gruppo banditesco che la faceva da padrone nella curva e nella sede dei tifosi dell’Us Latina Calcio.

Dal momento che l’onorevole Maietta non intende entrare nel merito delle sue vicende processuali, ci si asterrà dal farlo anche perché, altrimenti, considerato che il deputato parla di intercettazioni, si dovrebbero snocciolare tutte quelle in cui il comportamento del politico preferito di Pennacchi non è stato proprio adempiuto, come da dettato costituzionale, con disciplina e onore. In una di esse, ad esempio, l’ex presidente del Latina Calcio, nonché ex assessore al Bilancio del Comune, pretendeva dal dirigente comunale Nicola Deodato (indagato in Olimpia) che fosse installato un gruppo elettrogeno allo Stadio Francioni, tanto è che, in un’altra conversazione, un altro dirigente del Comune Rino Monti, coinvolto anch’esso in Olimpia, diceva a chiare lettere rivolgendosi a Nicola Deodato: “Mò parlamoce chiaro..ehh Nicò, questo ovviamente il gruppo elettrogeno è una cosa de gestione ordinaria cioè dovrebbe spettà alla società..mò parlamoce chiaro mo che si sò abituati bene è n’altro discorso questo”.

Ecco, forse, “si sò abituati bene”, come diceva Rino Monti, o sarebbe meglio dire che si erano tutti, ma proprio tutti, abituati bene, e probabilmente vogliono continuare ad essere abituati bene puntando sulla scarsa memoria di una città che, per di più, si vorrebbe dipingere come “razzista” o incapace di reagire a fantomatici poteri forti al cospetto di un quadro da brividi.

Per Maietta aver pagato le imposte, i contributi, le necessarie adempienze per le iscrizioni ai vari campionati professionistici dovrebbe emendarlo dal non aver pagato contributi, emolumenti, canoni e aver intrattenuto rapporti con un appartenente alla criminalità locale. Quanta poca riconoscenza da questa città razzista e supina ai poteri forti! Però, un giorno, magari, ci spiegherà perché Cha Cha, condannato a dieci anni in Don’t Touch, viene ora descritto da lui come un semplice magazziniere, “senza capacità tecniche, culturali ed economiche per un ruolo gestionale”, eppure proprietario, insieme a Gianluca Tuma, dei marchi verbali e figurativi del suo Latina Calcio. E, magari, spiegherà a se stesso e a Pennacchi che le società di calcio falliscono ovunque in Italia, purtroppo, ma la ragione è ascrivibile a tante cause escluse quelle lunari di fanatismo razziale e complotti pluto massonici.

Tra i commenti di approvazione al post di Maietta ce ne sono alcuni di personaggi coinvolti in Don’t Touch, e addirittura quello dell’ex Presidente di un altro Latina calcio, fallito nel 1996 (la storia dei Latina Calcio è lastricata di fallimenti), Roberto Papaverone, il quale auspica che i processi (quelli veri) siano celebrati. Commenti in cui si dice a Maietta di volare alto, di “non ti curar di lor…” scomodando Dante Alighieri, e ci si adopera nell’immancabile attacco alla magistratura, nella condanna degli innocenti (la gogna mediatica!), nella cattiva opinione pubblica che sarebbe invidiosa e piena di falliti. Insomma, tutto il prontuario di impunità e amnesia buono per l’uso.

Dal partito Fratelli d’Italia, sia a livello nazionale che locale, neanche una sillaba sulla vicenda dei suoi ex leader Maietta e Di Giorgi. Anche se da pochi giorni si è scoperto che Fratelli d’Italia ha una commissione di disciplina. Non è uno scherzo anche se sembra una barzelletta. Dario Cologgi, in corsa ad Ostia come consigliere di municipio nella lista “Fratelli d’Italia per Picca presidente”, è stato deferito alla commissione disciplinare dal partito della Meloni per aver commentato, qualche tempo fa, sotto un post di Roberto Spada. Sappiamo, ora, che, nell’etica dei fratelloni d’Italia, un commento va punito, mentre frequentazioni certe con un appartenente a un clan (Di Silvio) molto vicino agli Spada, se ti va bene, “ti costringono” a rimanere tesoriere del gruppo parlamentare di Fratelli d’Italia (solo recentemente Maietta è stato sostituito in questo ruolo, sebbene non abbia avuto mai alcun deferimento, sospensione, sibilo dal suo partito).

Su una cosa, però, ha ragione l’onorevole. Sarà sicuramente vero che l’amicizia tra lui e Cha Cha era caratterizzata anche “dalla goliardia e dal gioco” (sperando che non troverà goliardiche le associazioni per delinquere, le estorsioni, lo smercio di droga, le usure, le armi, i proiettili verso l’auto di un magistrato), ma è altrettanto vero che “tanti notabili della città”, come sostiene Maietta, avevano rapporti con Costantino Cha Cha Di Silvio. E il silenzio delle classi intellettuali, politiche, economiche sulla criminalità pontina, sugli intrecci tra essa e la politica, a parte rarissimi casi di denuncia pubblica, è lì a comprovarlo.

Latina: il Premio Strega e il calcio ai tempi del razzismo

“Sono bloccato sul definire il rapporto che c’è tra calcio e città, sto studiando a riguardo. Ma quello che è accaduto ultimamente non mi è piaciuto, la città ha accettato la perdita della Serie B senza fiatare per colpa dei poteri forti. È stato anche un problema di pregiudizio razziale per Maietta perché è nero e l’altro perché è zingaro”.
 
Queste sono le parole che ieri (10-11-2017), al Circolo Cittadino di Latina, sono state pronunciate nel suo accorato intervento dal Premio Strega Antonio Pennacchi.
L’ambito era quello della lodevole iniziativa culturale denominata “Il potere alle storie” che è in corso in questi giorni e che intende presentare, prevalentemente, alcune opere con al centro i temi dello sport e del calcio in particolare.
 
Da ieri, abbiamo la conferma che l’intellettuale di punta della nostra città, lo scrittore che ci rappresenta nei media nazionali, ritiene che inchieste, processi, articoli, opinione pubblica siano ammalati di razzismo contro Pasquale Maietta e Costantino Cha Cha Di Silvio. Una torma di paranoici e fighetti (come il celebre scrittore ebbe a definire coloro che si occupano di criminalità a Latina), compresa la Commissione Antimafia del Parlamento, animati da una sorta di suprematismo della razza bianca ai danni di neri e sinti/rom.
 
Mi era già capitato di avere uno scambio di battute su un sito locale col celebre Premio Strega che definì un mio articolo sul clan Ciarelli/Di Silvio e il processo Caronte di essere razzista, al limite del nazismo. Ecco perché le dichiarazioni di ieri non mi sorprendono affatto.
Senza contare che lo stesso Pennacchi si palesò al fianco dell’ex Presidente del Latina Calcio, di fronte allo Stadio Francioni, difendendolo da attacchi politici insieme a un gruppo di tifosi del Leone Alato.
 
Lo Strega pensa intimamente che la criminalità a Latina sia al massimo uno sport da salone di intellettualoidi – quale, poi, se a parlare di criminalità qui a Latina siamo in quattro gatti, al massimo è un tinello -, dove, ad esempio, Carlo Maricca diventa un cowboy isolato, una figura romantica (nonostante sia stato coinvolto in indagini per rapine e omicidi), e Cha Cha un onesto uomo che ha la colpa di essere uno zingaro e di vivere in una città razzista.
 
Chi parla di criminalità, chi prova ad approfondire con l’umiltà di guardare ai legami tra la nostra città e altre realtà che vanno da Ostia sino alla Sicilia (e per la verità che, direttamente o indirettamente, si spingono al Nord Europa e viaggiano sino in Sudamerica) non lo fa per vezzo poiché va di moda parlare come Saviano o perché ha accesso a qualche club segreto pontino affiliato al Ku Klux Klan. Lo fa perché ha ragione di esistere il fatto che Latina, la cosiddetta seconda città del Lazio, è stata ed è tutt’ora un crocevia dirimente per la criminalità di ogni genere e tipo, senza contare i clan autoctoni.
 
Sommessamente suggerisco al Premio Strega di dare uno sguardo non tanto agli atti processuali degli ultimi 20 anni, ma almeno una sfogliata alle ultime relazioni dell’Osservatorio per Legalità e Sicurezza della Regione Lazio che, lo rassicuro, non è retto da un paranoico grillino, né da un intellettuale col caviale e le manie gomorristiche, ma da un Presidente che è stato nominato dal PD, partito che bene o male ha la considerazione dello Strega. Sempre fatta salva la sua innata passione politica per Pasquale Maietta definito da Pennacchi come l’unico politico in grado di fare nella città pontina.
 
Certo, era ancora ignota la passionaccia di Pennacchi per Cha Cha che, a detta sua, è vittima di un pregiudizio razziale; che poi sia stato coinvolto in inchieste, processi in cui campeggiavano associazione per delinquere, usura, spaccio, estorsioni e che sia stato il mandante di un attentato intimidatorio contro l’automobile del magistrato Nicola Iansiti, questo deve essere un dettaglio che un comune mortale come me non può comprendere mentre uno Strega che vede i grigi e non è un manicheo razzista può.
 
Dunque, siamo razzisti. Razzisti contro un uomo dalla pelle nera che, in questa Latina molto simile alla Lousiana dell’800 secondo l’elucubrazione di Pennacchi, ha dovuto scontare la pena dell’emarginazione: è entrato in politica nel 2007, nelle fila di AN, risultando il più votato con oltre 1000 voti, nonostante l’apartheid pontino lo condannasse all’isolamento.
 
Sebbene bersagliato da attacchi uncinati, il povero Maietta è riuscito a diventare assessore al Bilancio del Comune di Latina e, dopo aver sventato una rappresaglia ardeatina, è arrivato persino a ricoprire, dal 2013, la carica di deputato della Repubblica, sfiorando, l’anno dopo, lo scranno di parlamentare europeo. Con valanghe di voti da parte di cittadini che hanno sfidato orde di mefistofelici segregazionisti, tutti insieme contro l’uomo nero.
 
Ma le sventure dell’onorevole Maietta, oppresso da fanatismo e delazione, continuano perché, a detta di Pennacchi, il suo Latina Calcio è stato vittima dei poteri forti. Talmente vittima di poteri forti e oscuri che il corrispettivo al maschile di Rosa Parks, l’onorevole Maietta, fortunatamente ebbe in soccorso un uomo dei servizi segreti, trapiantato al Comune di Latina come capo di gabinetto ai tempi di Di Giorgi, Gianfranco Melaragni, che gli suggerì di presentare (e che poi scrisse) un’interrogazione parlamentare contro l’ex Questore De Matteis, reo di aver mosso dubbi sulla gestione del Francioni e del Latina Calcio.
Notoriamente i servizi segreti e un capo di gabinetto di un Comune fanno parte dei poteri deboli, mentre i poteri forti erano tutti contrari al nero di Latina, al suo amico gitano e a tutta la politica pontina e nazionale a marchio Fratelli d’Italia-Centrodestra (Maietta è stato anche tesoriere alla Camera dei Deputati per il gruppo parlamentare di FdI), povere pecorelle al cospetto di egemonie intolleranti con il vizio delle leggi razziali.
 
Il Premio Strega dimentica, preso dalla sua ansia di combattere per i più deboli (Cha Cha e Maietta), che il Latina Calcio prima del fallimento della società dell’onorevole, veniva da ben altri due fallimenti. Non degni, però, dell’indignazione e della denuncia di Pennacchi: lì i poteri forti erano assenti sebbene solo col Latina Calcio di Maietta ci fossero questori e sindaci in tribuna d’onore a rendere omaggio al piccolo fiammiferaio recluso. Poteri debolissimi, non c’è che dire.
Inoltre, a fallimento in corso, il Latina Calcio di Maietta ha visto un capitano di ventura venire nella nostra città, a capo di una cordata tra Anzio e la Finlandia con il benestare dell’allora Presidente di Lega B Abodi (notoriamente un potere tenue), e umiliare ancor di più una storia che, per lo più, è fatta di passione e tifo ma che, evidentemente, era stata insozzata da un vero e proprio clan (Don’t Touch). Non sarà che il calcio, lo chiedo umilmente al Premio Strega, qui a Latina, come in molte parti d’Italia, è il terreno di scorribande per un’economia creativa e spesso legata a presenze oscure?
 
Beh, do una notizia al Premio Strega, io, e non solo, facciamo parte dei poteri forti. Abbiamo distrutto la carriera politica e sportiva del nero e dello zingaro perché animati da un enorme desiderio di rivalsa bianca. Siamo razzisti non contro l’illegalità e il crimine organizzato, bensì contro l’Africa, i Rom, i Sinti e i Caminanti in genere.
 
La verità è che di questi temi – gli intrecci tra calcio, politica e criminalità -, il gruppo di attivisti di Latina di cui faccio parte ne ha parlato e ne parla da anni. Lo abbiamo denunciato da sempre, in tempi non sospetti, in tutte le forme possibili e immaginabili, e adesso che qualcosa, solo qualcosa (sia beninteso), è uscito fuori tutti sapevano e tutti denunciavano. Ciò non è vero. A parlare di questi temi eravamo in pochi, e tra poco, dopo l’ondata piuttosto mediatica di Don’t Touch, saremo di nuovo in pochi. Anzi, pochissimi. La vera emarginazione è stata ed è questa.
 
Ringrazio chi, ieri, durante il convegno, ha trovato la dignità di eccepire di fronte a tali dichiarazioni dello Strega. E in particolare il giocatore di calcio Ruben Olivera e il giornalista Vittorio Buongiorno che qualche minaccia discriminatoria e intimidatoria l’ha subita.
Mi perdonerà il Premio Strega se gli offro un altro consiglio: dal momento che dice di essere bloccato sul definire il rapporto che c’è tra calcio e città, cominci pure a studiare il rapporto che c’è tra calcio e politica. Una dritta gliela do: il marchio figurativo e verbale dell’Us Latina Calcio del suo martire Maietta appartenevano all’As Campoboiario di Tuma e Cha Cha.
Altro che poteri forti!

Bula Travali, Latina Oggi e la “cerbiattolina”

Solo qualche settimana fa, insieme ai suoi compari di crimine, Salvatore “Bula” Travali ha chiesto e ottenuto dalla magistratura di concordare la sua pena a 7 anni di reclusione.

L’accordo con i giudici è stato trovato dopo che Bula era stato condannato in udienza di preliminare a nove anni insieme al fratello Angelo Travali, al padre Giuseppe “Peppe lo Zingaro” Travali, a Francesco Viola, al poliziotto Carlo Ninnolino, ex investigatore della Mobile di Latina e altri.

Come noto, e scritto ampiamente anche da noi di Latina 5 Stelle con inchieste, reportage e articoli, il processo cui si fa riferimento per le condanne succitate è il celebre Don’t touch.

Don’t touch, sbandierato ai quatto venti come fosse il redde rationem della criminalità a Latina, è stato, tuttavia, un evento importante nella nostra città.

Sono stati condannati noti criminali della mala locale a pene più o meno severe – per uno dei più noti, Gianluca Tuma, una pena da colletto bianco quale è l’intestazione fittizia dei beni.

La stampa locale ha dimostrato una buona copertura di tali fatti, ha condannato senza se e senza ma l’associazione criminale “Don’t touch” che aveva creato un reale assoggettamento dei cittadini nel territorio di Latina.

Per tale motivo, è piuttosto inopportuno e pericoloso dare spazio pubblicitario sul principale quotidiano della città, e della provincia di Latina, ai messaggi amorosi di Salvatore “Bula” Travali.

Latina Editoriale Oggi, oltre ad essere il principale è anche l’unico quotidiano cartaceo della nostra provincia (se si eccettua la redazione locale de Il Messaggero).

La responsabilità di aver pubblicato il messaggio di Bula Travali, un criminale inserito in un contesto associativo, che voleva far la guerra al mondo come fosse uno Scarface all’aglio, olio e peperoncino, e che veniva redarguito dal suo parente Cha Cha Di Silvio il quale lo richiamava invano a più miti consigli, non si sa se sia della concessionaria esclusivista del quotidiano, la INIZIATIVE EDITORIALI srl, oppure di altre competenze del giornale che decidono gli spazi a pagamento.

Ciò che conta è che oggi (26-09-2017), a pag. 12 del giornale di Latina, c’è in bella mostra una foto di Bula con la sua compagna a cui augura un felice compleanno: “Cerbiattolina mia in questo giorno così speciale mi fa male non poterti essere accanto ma ti giuro che recupereremo tutti i giorni persi. Sei il mio pensiero fisso il mio respiro la mia vita”.

Posto che è un diritto di Bula fare gli auguri alla sua “cerbiattolina”, per quale ragione deve essergli dato spazio su un quotidiano che per vicende indipendenti da sé è l’unico cartaceo che esce ogni giorno e ha precise responsabilità di etica della comunicazione? L’attività commerciale di un quotidiano è garantita e doverosa, ci mancherebbe, ma di fronte ad alcune eventualità deve sapersi arrestare.

Bula, fin da giovane, ha spadroneggiato insieme al fratello e agli amici in giro per la città, il suo sentirsi al di sopra dello Stato e della legge è dovuto al fatto che ogni cosa che faceva gli veniva concessa, mal sopportata da tutti ma denunciata da pochi.

Forte della sua filiazione con Peppe Lo Zingaro, un criminale già coinvolto negli arresti (poi andati a vuoto) avvenuti nel 1997 dalla DDA di Roma; forte della sua parentela con Cha Cha, il manager occulto del Latina Calcio ai tempi di Pasquale Maietta; utilizzatore di un’automobile intestata a una società riconducibile a Gianluca Tuma; Bula deve aver scambiato Latina Oggi come il suo “house organ” dopo che soltanto un anno fa, nel settembre del 2016, si era fatto ospitare con una lettera scritta dal carcere con un non troppo velato messaggio a chi di dovere. Un messaggio da radio carcere che dovrebbe rimanere negli ambienti malavitosi e che invece campeggiava sul quotidiano di Corso della Repubblica accanto ad una lettera di Giorgio Maulucci (il quotidiano ospitò, sempre nel 2016, una lettera di Gianluca Tuma).

Ora, non sappiamo se Bula abbia ricevuto consigli da Jim Messina (il fautore renziano della perdente campagna di comunicazione del referendum costituzionale del 2016) o, più verosimilmente, pensi ancora di essere invincibile e che Latina sia roba sua. Sappiamo, però, che alcuni messaggi, che siano verso la sua “cerbiattolina” o che siano dal carcere, sarebbe meglio non leggerli, sopratutto perché potrebbero nascondere un altro tipo di significati.

ESISTE UNA MAFIA A LATINA? – Parte I

In questo reportage, diviso in tre parti, viene ricostruita una storia di illegalità e dei relativi intrecci con la mala locale. I piccoli reati, il consolidamento economico, l’ascesa verso l’imprenditorialità di Gianluca Tuma rappresentano una vicenda il cui racconto e i suoi intrecci suggeriscono alcune riflessioni che tentano di valutare il reale peso specifico della criminalità a Latina.

Prima parte

Non si sa molto a Latina di cosa sia la mafia. Ancor meno si conosce cosa sia l’opposizione a essa. Questo fenomeno ha assunto significati così sfumati e confusi che ci si rifugia sempre più spesso nella ricerca di un altro livello. Sappiamo, infatti, che la mafia, quando diventa potente, ricicla e fa riciclare, investe nell’edilizia e nei rifiuti, persino nella manifattura e in Borsa, nel gioco d’azzardo e nei servizi, si introduce negli appalti della PA, coltiva relazioni istituzionali indossando o facendo indossare il vestito buono, quello bianco dei famigerati colletti; in poche parole: si mimetizza perché troppo grande per passare inosservata.

C’è sempre un altro livello misconosciuto o ignorato, dicono. È lì, è quella la vera mafia! Le vere mafie i soldi li fanno girare, li reinvestono. Non sono le estorsioni, i regolamenti di conti, lo spaccio di droga, il traffico di armi dei clan rom della città che devono preoccupare, si sente spesso sentenziare. Quale sia questo livello, a Latina città, non è ancora dato sapere con certezza: ad esempio, qualche pettegolezzo cronachistico-giudiziario riguardo alla vicenda che ha coinvolto sia l’avvocato Censi, suicidatosi all’antivigilia di Natale 2015, che, probabilmente, l’ex Presidente del Latina Calcio, l’onorevole Pasquale Maietta. Ipotesi di riciclaggio, soldi opachi? Per ora si rimane a una inchiesta in Procura (probabilmente molto complessa considerato che alcuni fatti sono avvenuti all’estero) e alla dichiarazione dell’ex Questore di Latina, Giuseppe De Matteis, che parlò dell’altra inchiesta con protagonista un possibile autoriciclaggio, Starter, in cui gli attori principali erano il medesimo deputato di Fratelli d’Italia e il Latina Calcio, come di un antipasto. Il resto è affidato alle suggestioni e alle elucubrazioni, nonostante alcune di esse siano basate su una realtà concreta: il terreno scivoloso della “finanza” pontina (vedasi i casi Perrozzi e Proietti) nel quale non è impossibile immaginare altri professionisti capaci di cointeressenze con clan, banditi e soldi sporchi – del tutto incidentale è il fatto che l’avvocato Censi ha fatto parte del collegio difensivo del Processo Caronte in cui curava gli interessi di “Porchettone” o “Titti”, al secolo Carmine Ciarelli, l’uomo da cui si è originata la mattanza latinense del 2010 con due morti e svariati feriti.

 

IL LIVELLO SUCCESSIVO

C’è un personaggio, però, che quel salto di livello, quell’approdo a tale livello, è quasi riuscito a portarlo a compimento, un personaggio che parrebbe rappresentare un mondo diverso da quello cui siamo abituati a Latina. Un livello, sia beninteso, che non ha nulla a che vedere con chissà quali trame fantasiose piuttosto con unico dio: il lucro (e il lusso che ne deriva).

Gianluca Tuma, condannato nel celeberrimo processo Don’t Touch a 3 anni e 4 mesi con sentenza confermata in Appello per intestazione fittizia di beni, è il simbolo di un latinense appartenente alla mala locale che ha fatto il salto di qualità. Un personaggio dedito all’illegalità che dalla strada, con reati e comportamenti tipici di chi nasce sulla strada, approda al grado superiore costituito da appalti importanti, franchising e operazioni remuneranti, e un sistema di società che attraverso prestanome, improvvisi aumenti o diminuzioni di capitale, acquisizioni di rami d’azienda e fallimenti, ha varcato la soglia, è diventato adulto. La sua vicenda imprenditoriale, che parrebbe essere arrivata alla fine, è dirimente per comprendere quale sia il livello suddetto, quel livello che farebbe finalmente luce su traffici e dinamiche illegali che intridono anche Latina, al di là delle scorribande e azioni dei clan rom che ben si conoscono ma che non possono rappresentare l’unica dimensione criminale di una città che è seconda nel Lazio non solo per demografia ma, evidentemente, per presenza di interessi. Non solo estorsioni, associazioni per delinquere, spaccio, armi e usura, a Latina c’è anche chi, nella mala, ha usato il cervello. E, di certo, non è stato il solo.

La crescita imprenditoriale di Tuma non è stata bloccata dalla condanna di Don’t Touch, ma dalla proposta di sequestro dei suoi beni accolta, qualche mese fa (febbraio 2017), dai magistrati e avanzata dalla Divisione Anticrimine della Polizia di Latina che ha fatto valere, dopo anni di provvedimenti respinti o andati a vuoto (per carenza legislativa, in primis), il D.lgs 159/11, vale a dire il Codice Antimafia.

Tuma, nella sua vita, ha avuto diverse proposte di prevenzione personale e patrimoniale (tre nella prima decade del secolo in corso); sin dal 1990 gli fu applicata, per anni, la sorveglianza speciale per i suoi precedenti.

Nel 2002 fu colpito, per la prima volta, da un provvedimento contro i suoi beni. Gli furono sequestrate alcune società intestate a suoi prestanome – tra queste società, anche la prima che creò negli anni Novanta: la Edil&Tecno che, apparentemente, faceva capo a una sua parente ancora minorenne e a un’altra donna che aveva la particolarità di essere stata legata a un peso massimo della criminalità pontina: Federico Berlioz. In seguito, il Tribunale di Latina revocò la misura a questi primi sequestri di beni. Un tempo, infatti, era più difficile che fosse accolto un provvedimento del genere. La normativa era regolata dalle leggi 575/65 e 1423/56 che consentivano l’applicazione della misura solo, o per lo più, ad appartenenti ad associazione mafiosa o affini. Dal 2011, il legislatore ha rimediato con il sopracitato Codice Antimafia molto utile sopratutto quando non si riescono a comprovare reati come nel caso del personaggio di questa storia. O come nel caso della criminalità latinense tutta poiché, se fossero valse le leggi precedenti al Codice, nessuno della mala locale avrebbe mai potuto essere colpito con un’azione così dura poiché di associazioni mafiose, stando alle leggi e alle sentenze, a Latina città non ne sono mai esistite – è utile sottolineare che se non vengono svolti o quantomeno trasmessi dalla/alla Direzione Distrettuale Antimafia, le indagini e gli eventuali processi a Latina non potranno mai contestare il reato di associazione mafiosa (416bis) ad alcun clan o presunto clan della città.

Gianluca Tuma (foto: Il Messaggero)

Tramite il Codice, e senza che Tuma fosse stato condannato per reati di mafia, è stato possibile sequestrargli beni immobili e mobili per il valore di tre milioni di Euro (una somma risibile rispetto ai/alle sequestri/confische subiti dall’imprenditore Perozzi e dal commercialista Proietti) e, in particolare, il suo sistema di società con cui operava e con il quale, senza dubbio, si stagliava dalle violente smargiassate di gioventù o da coloro i quali sono invece stati condannati per reati tipici della criminalità (piccola o grande che sia) e che lui conosce molto bene, da sempre.

A quelli che lui conosce e frequentava, a quelli degli arresti del ’97 (a opera della DDA di Roma), a quelli di Lazial Fresco, Caronte, Don’t Touch, e dei processi affini, sono state inflitte condanne più o meno esemplari attribuendo loro reati di omicidio, estorsione, traffico di armi, usura, droga ecc. A lui, invece, un reato tipico dei colletti bianchi e non di un criminale da strada: intestazione fittizia dei beni. Per altri processi che aveva in corso – invece tipici di chi opera nel “mondo di sotto” – la mannaia della prescrizione e, in qualche caso, il sollievo dell’assoluzione sebbene con notevoli dubbi degli organi competenti a indagare e giudicare.

“Sei proprio uno stronzo e anche un po’ scemo, perché ce l’hai con me?”. “Chi ti credi di essere perché porti la divisa? Se te la levi ti spacco in due e ti spacco i tuoi bei denti, risolviamola da uomini voi vi nascondete dietro quegli stracci, denunciami che ti vengo a prendere sotto casa, il mondo è piccolo”. Così si presenta l’allora giovane Tuma a un paio di poliziotti che l’avevano fermato per due controlli in due occasioni diverse.

Deferito, segnalato, sorvegliato speciale, obbligato a non mettere piede in vari comuni della provincia, il pedigree presenta il classico prontuario di azioni e conseguenze che una vita partita dalla strada senza rispetto per l’ordine costituito impone. Quando deve presentarsi in Questura per la sorveglianza speciale, come si è soliti in certi ambienti diserta.

 

L’EDUCAZIONE SENTIMENTALE

Già a partire dagli anni Ottanta, il Tuma frequentava i fratelli Giordano, Giovanni e Filippo, due casertani di Carinola (Giovanni era nato a Pozzuoli) trapiantati a Latina. Giovanni Giordano è visto come un padre dal suo sodale di sempre, Costantino “Cha Cha” Di Silvio condannato a 10 anni nel processo Don’t Touch. Dopo una vita d’amicizia, nel 2015 saranno immortalati, Tuma e Cha Cha, in un’istantanea che lascia pochi dubbi sul loro grado di vicinanza: al funerale del “padre” Giovanni Giordano, insieme a un altro protagonista di questa storia, Massimiliano Mantovano.

Mark Iuliano (ex allenatore del Latina), Pierluigi Sperduti (ex team manager) e Cha Cha (dirigente occulto) ai tempi in cui la gestione del Latina Calcio era affidata al Presidente on. Pasquale Maietta

I fratelli Giordano non erano due qualunque nella mala pontina. Entrambi con precedenti per associazione mafiosa e favoreggiamento di esponenti della malavita organizzata, sono coloro che insegnano ai pontini come ci si regola nel mondo del narcotraffico.

“Non dovevi dirgli scemo, piuttosto potevi dirlo al Presidente della Repubblica, hai detto scemo alla persona sbagliata”: così si sentì dire un cameriere quando il titolare di un ristorante di Latina dove lavorava lo rimproverò per aver ingiuriato i due fratelli di Carinola. Il cameriere, nonostante fosse stato malmenato, fu licenziato e sarebbe stato riassunto solo se lo avessero voluto loro, i Giordano.

La DDA di Bologna ne accertò il collegamento con la famiglia calabrese dei Falleti. In contatto con gli spacciatori internazionali Enrico Paniccia e Franco D’Agapiti, Giovanni Giordano fu trovato con 23 kg di droga all’aeroporto di Palermo, carico già di precedenti penali per associazione mafiosa, spaccio e altro. Indagini del SCO (Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato) lo inquadravano come appartenente a un’associazione mafiosa con il core business nel traffico internazionale di droga e nell’usura, in partnership con una cosca mafiosa siciliana. Tra i due fratelli, colui che esercitava la maggiore leadership era Giovanni che, a maggio del 1999, fu coinvolto nell’operazione Jumbo della DDA di Roma.

Più tardi, nel maggio 2007, i due fratelli Giordano furono tratti in arresto nel corso dell’operazione antidroga Lazial Fresco insieme a personaggi noti della malavita pontina: Giuseppe Travali detto Peppe Lo Zingaro (condannato in Don’t Touch e padre dei fratelli Angelo e Salvatore), Guerrino Di Silvio, Cha Cha e altri.

Le condanne furono dure in primo grado ma, in seguito, subirono un complessivo ridimensionamento.

I personaggi più noti di quell’operazione, oltre a Giovanni Giordano, erano Gino Stravato, Donatella Saturnino, Fabio Criscuolo e il pluripregiudicato Giuseppe D’Alterio, O’Marocchino, contiguo ai Casalesi.

I carichi di droga venivano importati dall’Argentina e giungevano in aereo a Roma o via nave a Gaeta per poi venire trasportati a Fondi da dove, grazie soprattutto alla ditta di trasporti “Lazial Frigo” della famiglia D’Alterio che operava nel Mof di Fondi, venivano smerciati. Secondo l’accusa, i contatti tra narcotrafficanti avvenivano attraverso una particolare e complessa comunicazione in codice in cui si utilizzavano parole che dovevano avere al massimo dieci lettere diverse tra loro, il cosiddetto sistema “Berlusconi”. Cocaina e hashish arrivavano sui camion frigo di frutta e verdura al mercato ortofrutticolo di Fondi e spesso, prima di arrivare in Italia, triangolavano in Spagna o Germania. Un modello di smercio che molti cartelli utilizzano e di cui la nostra provincia è ormai inzuppata. Dove, in Lazial Fresco, era il sistema con l’hub del Mercato ortofrutticolo di Fondi a farla da padrone, di recente, a Latina, era il sistema florovivaistico dei Crupi con il centro direzionale situato su una Migliara nel territorio pontino a gestire un narcotraffico che tagliava tutta l’Europa dall’Olanda fino alla palude. Una famiglia, quella dei Crupi, che operava nel tessuto imprenditoriale legale utilizzato, secondo gli inquirenti della Dda di Roma, come una copertura, sebbene fossero già agli atti i loro legami con la cosca di ‘ndrangheta dei Commiso come svelato dall’indagine Bluff del 2000 condotta dalla Polizia di Stato di Siderno e che quest’ultimo episodio giudiziario ha confermato (un’informativa della Squadra Mobile e del Sco di Reggio Calabria, nel 2015, definisce i Crupi come pienamente inseriti nella cosca calabra).

La frequentazione dei Giordano, in particolare di Giovanni, è presumibile sia stata un vero e proprio rapporto di educazione su come si deve stare al mondo in certi ambienti. Un mentore che non si definisce “padre” tanto per dire.

Gianluca Tuma è scaltro, non si fa intercettare, non utilizza un cellulare per chiamare ed essere chiamato.

Salvatore Travali

Lo dimostra il processo Don’t Touch dove non ci sono, apparentemente, aderenze con l’ala militare dell’associazione Cha Cha, nonostante Salvatore “Bula” Travali, il fratello di Angelo Travali, condannati entrambi in Don’t Touch, utilizzi un’auto intestata a una delle società di Tuma, e nonostante i contatti tra Cha Cha e Tuma (sempre filtrati dal telefono di sodali o parenti di quest’ultimo) sono spesso tesi a chiarire alcune azioni violente dei TravaliandCo in modo da calmarli e farli rigare dritto.
Sin da giovane, il Tuma sembra conoscere la sintassi di chi vuole farsi rispettare ottenendo soldi facili. Stando a un’informativa della Polizia risalente al 1993, fu denunciato per estorsione ai danni di un uomo che, volendo aprire un’attività economica, gli aveva chiesto quaranta milioni di lire. Tuma, oltre ad avere il rimborso del prestito, pretese dall’uomo anche l’acquisto di un’autovettura, opportunamente intestata a terza persona, tre ciclomotori, qualche bolletta ecc. Un’estorsione che non ha nulla di eclatante, e non rappresenta affatto un unicum, ma serve a testimoniare di come già dall’età di diciotto anni (il denunciante dichiarava di avere avuto il prestito da 40 milioni nel 1988), Tuma avesse una consistente disponibilità di denaro e la padronanza delle pratiche estorsive.

Ad ogni modo, la sua “capacità” non si limita a estorsioni, prepotenze e risse in discoteche pontine alla moda. Viene denunciato spesso, persino per tentato omicidio volontario e sequestro di persona, ma Tuma non è affatto uno sprovveduto come tanti nel panorama criminale latinense. Accade, nel 1992, un fatto vagamente inquietante. Senza che siano mai state accertate le responsabilità di manina o manine infedele/i, durante un controllo a Latina viene appurato che ha a sua disposizione la strisciata del Centro Elaborazioni Dati. Vengono ritrovate con sé, scritte in quella strisciata, informazioni riservatissime sui suoi precedenti e su ciò che annotano le forze dell’ordine su di lui. Si scoprirà che questi dati provengono dai Carabinieri di Massa, non proprio un rassicurante spot per le istituzioni. Responsabili: zero. Nel ’93, poi, nella casa in cui viveva, furono scovate alcune particolari apparecchiature, veri e propri ricetrasmettitori. Poco dopo, si scopre che possiede persino apparecchi capaci di intercettare comunicazioni delle forze dell’ordine.

Ma gli episodi preoccupanti continuano. Nell’aprile del 1999, in un appartamento dove fittiziamente viveva il suo sodale di sempre, Giampiero Di Pofi, in realtà un immobile a sua completa disposizione, vengono scoperti alcuni dettagli niente affatto marginali. L’abitazione, in pieno centro città, in via IV Novembre, era oggetto di sfratto dopo la denuncia del proprietario che chiedeva a Di Pofi di essere pagato. La casa fu sequestrata ma quello che saltò agli occhi è che all’interno furono rinvenuti oggetti e documenti del Tuma tra cui atti d’indagine e documenti processuali riguardanti il gotha della criminalità pontina (e non solo) di quegli anni e di quelli a venire: Mario Baldascini, Federico Berlioz, Carmine Schiavone, Giuseppe Travali, Vincenzo Calcara, Giovanni e Filippo Giordano, Carmine Ciarelli ecc. Tutti documenti, alcuni dei quali riservati, nella disponibilità di Tuma.

Carmine Schiavone, ex boss dei Casalesi che ha rivelato in anni recenti gli interessi criminali del suo feroce clan nell’ambito dei rifiuti. Schiavone, deceduto nel 2015, parlò chiaramente di interramenti di rifiuti pericolosi nel territorio pontino avvenuti a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta.

E poi, come qualche anno prima, altre apparecchiature a laser per sventare possibili intercettazioni ambientali (ricerca di microspie e bonifica dei locali), o utili a intercettare, viceversa, le forze dell’ordine. L’idoneità degli strumenti fu certificata dall’allora Ministero delle Telecomunicazioni e lo stesso Tuma confermò di utilizzare questi apparecchi ammettendo candidamente di non voler essere intercettato.

 

1997: LA SVOLTA MANCATA

Nel gennaio del 1997, vi fu un terremoto a Latina negli ambienti criminali. La DDA di Roma arrestò il Tuma insieme ad altre 25 persone tra cui Carmine Ciarelli, i Baldascini, Cha Cha, Antonio Di Silvio, Peppe Lo Zingaro, in ragione delle dichiarazioni di Vincenzo Calcara e, sopratutto, Federico Berlioz. Berlioz che, di certo, a cavallo tra gli Ottanta e i Novanta, era considerato un vero boss (addirittura il principale capo della mala latinense), parlò di “malavita organizzata di Latina“, dando per scontato un suo radicamento nel territorio e una mappatura di potere già evidente, e raccontando fatti, a suo dire, che non erano venuti mai alla luce poiché chi li aveva subiti non aveva avuto il coraggio di denunciarli per paura di ritorsioni. Non fu considerato del tutto credibile dalla magistratura, ma molte dichiarazioni, col senno di poi, lo erano eccome sopratutto nel quadro di una Latina insanguinata dagli omicidi degli anni Novanta, quando a perire furono, tra gli altri, Giancarlo De Bellis, Sergio Danieli, Silvano Dionigi, Rinaldo Merluzzi e Raffaele Micillo e quando, nel ’95, lo stesso Berlioz subì un attentato.

Tra il ’91 e il ’95, per quanto sostenuto da Berlioz, i traffici maggiori di cocaina verso le nostre terre provenivano dalla Spagna, oltreché al traffico con il Sudamerica (in particolare la Colombia) sotto la responsabilità di Giordano. Tuma e Cha Cha furono descritti dal Berlioz come spacciatori vicini a lui e a Giordano. Secondo l’altro “pentito” Vincenzo Calcara, Antonio Di Silvio aveva contatti certi con cosche siciliane per la cocaina.

A Tuma fu contestato, nell’ambito di questo provvedimento della DDA di Roma, anche il pestaggio di un nome noto negli ambienti della mala, Mario Zof (parente di Alessandro Zof che fu coinvolto anni dopo nella cosiddetta guerra criminale del 2010), e la detenzione/ricettazione di una Smith Wesson calibro 38. Nell’aprile del 1993, presso il bar Di Russo a Piazza della Libertà, Tuma e Cha Cha tentarono, a loro modo, di far ritrattare Zof riguardo alle accuse di omicidio volontario che lo stesso aveva mosso nei confronti di Massimiliano Moro – il Moro, secondo la denuncia di Zof, aveva provato ad ucciderlo nel novembre del ’92.

Il giudice di prevenzione, per questo episodio e altri afferenti a episodi di estorsioni, spaccio e associazione per delinquere si dichiarò incompetente, pur tuttavia osservando che l’associazione a delinquere era di difficile sussistenza mentre il traffico di stupefacenti aveva basi solide. Riguardo ai fatti concernenti il Tuma, il giudice di prevenzione, non avendo avuto alla sua attenzione gli atti d’indagine, disse che non poteva che allinearsi a quanto disposto dal Gip di Roma che aveva ordinato una provvedimento di non luogo a procedere.

Tali episodi, che ormai si perdono nella notte dei tempi, sono utili ad abbozzare il quadro della situazione della mala pontina di qualche anno fa che hanno avuto ripercussioni in anni più recenti.

Alla luce di oggi, infatti, le dichiarazioni di Berlioz trovano più forza ed in larga parte sono da ritenersi attendibili poiché molti dei nomi da lui citati alla fine degli anni Novanta sono stati poi coinvolti in numerose indagini (e processi), alcune delle quali, peraltro, hanno accertato associazioni per delinquere e il radicamento di veri e propri boss nella città di Latina.

 

MALALATINA: TRA CARONTINI E DONTACCHISTI. UNA VERSIONE DI COMODO?

Il processo Caronte, il cui impianto è stato ritenuto credibile fino in Cassazione, pur avendo stabilito un allaccio mortale tra i Ciarelli e i Di Silvio che ha sancito un’associazione (non mafiosa) tra le due famiglie, ha aperto la strada a numerosi dubbi. Lì, in Caronte, si presenta una realtà divisa a metà: da una parte i rom Ciarelli/Di Silvio e dall’altra un clan facente capo a Mario Nardone. Massimiliano Moro e Fabio “Bistecca” Buonamano, secondo la magistratura, pagarono in seguito agli scontri tra queste due fazioni che fecero esplodere in tutta la loro potenza di fuoco il clan Ciarelli/Di Silvio i quali tentarono di ammazzare altre persone, gambizzandole o ferendole gravemente. Il casus belli, come noto, fu il tentato omicidio di Carmine Ciarelli avvenuto nel suo regno, nel gennaio del 2010, di fronte a un bar del Pantanaccio in via Andromeda.

Nel 1993, però, come detto, Tuma e Cha Cha difesero Massimiliano Moro, e Bistecca fu reclutato nel ’97 da Cha Cha per sparare contro l’auto del giudice Iansiti. Perché né Tuma né Cha Cha, né nessuno del clan dei cosiddetti dontacchisti (da Don’t Touch) partecipano alla guerra del 2010 scatenata dai carontini (Ciarelli/Di Silvio) e scaturita dall’attentato a Porchettone? Cosa è cambiato negli anni intercorsi? Perché gli ex amici Tuma e Cha Cha non muovono un dito per aiutare Bistecca e Moro a scampare alla furia dei Ciarelli/Di Silvio? È opportuno ricordare che mentre per Bistecca sono state emesse due condanne per omicidio a carico di Costantino “Patatone” Di Silvio e dello zio Giuseppe “Romolo” Di Silvio, per Massimiliano Moro non è stato celebrato alcun processo e non vi sono né colpevole/i né movente.

Costantino “Patatone” Di Silvio, condannato per l’omicidio Buonamano. A Latina era molto noto fin dalla giovane età quando, come molti della sua famiglia (o clan), si prodigava in piccole estorsioni e prepotenze che avvenivano anche in centro cittadino. La sua caratura criminale è cresciuta col tempo fino a diventare un leader dei Di Silvio. Quando, nell’estate del 2016, un quotidiano locale pubblica la notizia di un suo presunto “ravvedimento” in carcere, molti dei commenti di suoi parenti sui social negano ogni possibile pentimento. Di fatto, Patatone non ha mai collaborato con la giustizia. Foto: Latina Oggi

Che, poi, la versione di Patatone – prendersi in toto la responsabilità di un omicidio per un mero prestito non restituito – sia veritiera è probabile, anche se somiglia molto a un tributo d’onore da pagare per la sua famiglia nella quale spiccava per acume, “intelligenza” criminale e carisma (nelle fasi della “guerra” del 2010, è lui insieme a pochissimi altri a gestire la catena di attentati ai danni del clan Nardone).

Dividere la criminalità in blocchi o non dividerla affatto comporta alcuni cortocircuiti nel comprendere la mala a Latina. Se si seguissero unicamente le sentenze della magistratura, esisterebbero tre clan: il Ciarelli/Di Silvio formatosi negli anni e consolidatosi dopo il ferimento di Carmine Ciarelli nel 2010; quello di cui il referente è Mario Nardone, composto da criminali non rom; il Don’t Touch con a capo Cha Cha che distribuisce zone di competenza ai suoi sottoposti.

Tuttavia, la matematica pura non può risolvere la questione “mala a Latina” poiché troppi conti non tornano. È credibile, ad esempio, ritenere che Angelo Travali, condannato in Don’t Touch, e, agli “ordini” di Cha Cha, potesse diventare capozona (quale zona?) senza l’approvazione del clan Ciarelli/Di Silvio capace di uccidere in 24 ore due uomini e ferirne almeno cinque? Che rapporti hanno la banda di Caronte con quella di Don’t Touch? È difficile credere che siano due entità distinte essendo molti di loro imparentati e sicuramente ben consapevoli del peso degli uni e degli altri, nonché alcuni di loro coinvolti insieme in altre indagini. Basti pensare al caso recente di un’estorsione in cui furono coinvolti i dontacchisti, Renato Pugliese (figlio di Cha Cha) e Agostino Riccardo (sebbene non abbia avuto alcun ruolo nell’indagine Don’t Touch), e i carontini (dal processo Caronte) Pupetto Di Silvio e Samuele Di Silvio. In seguito a questo episodio, grazie ad alcune fugaci notizie pubblicate questa estate da organi di stampa locali, e tacitate immediatamente per non intralciare il lavoro degli inquirenti, pare che il figlio di Cha Cha abbia deciso di collaborare con la magistratura. Quale valore abbiano le testimonianze di Renato Pugliese sarà giudicato in futuro sulla base di esse, per ora, non senza stupore, si rimane perplessi riguardo al modo in cui le testimonianze dei pochi pentiti di mala delle terre pontine siano state tenute in considerazione: il caso delle dichiarazioni di Berlioz, mai prese realmente sul serio, dovrebbe suggerire l’approssimazione o, forse, lo scarso interesse con cui si è inteso condurre la battaglia contro la mala a Latina che, come in tanti altri campi (dalla politica all’economia ai servizi ecc.), recita la ballerina di seconda fila rispetto a Roma Capoccia o al sud.

 

LA PALUDE PONTINA

Gianluca Tuma e Cha Cha, dunque, erano amici dei nemici dei Ciarelli/Di Silvio. Lo erano (lo sono?) di Mario Nardone in gioventù, lo erano di Massimiliano Moro.

Grazie a Caronte, sappiamo che Moro e Bistecca erano amici anche dei Ciarelli e dei Di Silvio: emblematica è l’intercettazione utilizzata in Caronte dove a parlare è Pasquale Ciarelli, condannato nel medesimo processo, che intento a spaventare due donne invischiate in un racket di usura dice: “Hai visto che abbiamo fatto a Massimiliano Moro e Bistecca? E quelli sono gente che ha mangiato con noi”.

Come sappiamo dalle sentenze di Caronte, dopo l’attentato ai danni di “Porchettone” Ciarelli cambia tutto per il cosiddetto clan Ciarelli/Di Silvio, ma perché l’altro gruppo, quello di Tuma/Cha Cha (Don’t Touch), pur avendo una sua ala militare (fratelli Travali, Viola ecc.) coinvolta in tanti episodi di fuoco come, ad esempio, il ferimento del tabaccaio Urbani o l’omicidio Giuroiu a Borgo Sabotino, rimane silente?

Tuma e Cha Cha non muovono un dito durante la tonnara sanguinolenta del 2010 e non entrano, conseguentemente, nell’indagine di Caronte. Si tengono moto alla larga da un regolamento di conti che non li riguardava. Recitano la parte della Svizzera pur avendo avuto frequentazioni e rapporti da criminalità con tutti i maggiori protagonisti della storia di Caronte, sia i carnefici che le vittime.

Nelle intercettazioni di Don’t Touch, gli associati ricordano Bistecca con amicizia, non certamente come “un infame” che ha pagato con la vita, e, attraverso altri episodi minimi, sappiamo che alcuni dei dontacchisti non erano in ottimi rapporti con i carontini Ciarelli/Di Silvio. Nonostante molti dei dontacchisti siano imparentati con le famiglie Di Silvio e Ciarelli non erano organici all’associazione delineata dal processo Caronte. Infatti, i clan rom sono sì clan di “famigghia” ma non hanno la struttura ferrea, gerarchizzata e sedimentata delle locali della ‘ndrangheta. Un giorno sto con te e l’altro giorno, magari, non ci sto più anche se si hanno interessi e parenti comuni – su tutti i Casamonica di Roma.

Questo fa di Latina una realtà molto particolare, dove a regnare sembra essere il caos a detrimento dell’azione repressiva degli organi preposti. Non esiste un clan unico nell’universo rom, e non esiste un clan unico nella città di Latina.

Non sappiamo, nonostante almeno tre importanti processi recenti (Lazial Fresco, Caronte e Don’t Touch), chi siano i responsabili certi delle zone di spaccio, chi e se governi la malavita a Latina, quali siano i rapporti tra quelli di Don’t Touch e Caronte. Possiamo ritenerci così sicuri che siano i Ciarelli e i Di Silvio, in tutte le loro ramificazioni, a costituire i più pericolosi clan della città? Esistono clan che si infiltrano in appalti pubblici, che riciclano soldi, che, in poche parole, hanno fatto il salto di livello?

Per tutte queste domande e altre ancora, si può dire che nessuna sentenza ha sgomberato il campo dalla polvere, nessuna verità incontrovertibile ha fugato i dubbi.

Chi gestisce il narcotraffico, l’usura, le estorsioni ecc. a Latina? Se li gestiscono o l’hanno gestiti secondo un’architettura mafiosa, non è un dato di cui si può parlare senza pena di essere smentiti, nonostante sia impensabile ritenere che Latina, a metà tra Roma e Caserta, sia scevra da logiche di criminalità organizzata così come le conosciamo nel sud pontino. In sostanza, a Latina, siamo appesi al dubbio se ciò che noi chiamiamo mafia non sia, appena, una forma feroce di banditismo che non prevede un’organizzazione ma solo gruppi sparuti e non legati tra di loro. 

La storia di Gianluca Tuma dimostra che, al netto di qualsiasi associazione mafiosa, un percorso diverso, difforme da questo presunto banditismo, è possibile in un territorio fecondo come questo poiché intriso di infiltrazioni, teste di legno e oscuri raccordi con la politica.

Fine prima parte

( – continua con la seconda parte)

Cittadini forti e liberi

Il cammino è ancora lungo ma da oggi i cittadini sono un po’ più forti e liberi. Nell’ambito dell’accordo stipulato tra Comune e Questura, oggi è stato sgomberato il campo di calcio utilizzato, un tempo, dalla società A.S. Campo Boario “Forti e Liberi”. Le quote della società sono state sequestrate già all’epoca dell’operazione Don’t Touch che ha rappresentato un momento di verità (ancora non del tutto compiuta) riguardo alla mala latinense. La società di calcio era sotto il controllo di Cha Cha Di Silvio, Gianluca Tuma e altri sodali, coinvolti nell’inchiesta e, in seguito, nel processo Don’t Touch.
È in quella società e in quel campo che nasce l’amicizia inopportuna tra Cha Cha e il deputato di Fratelli d’Italia Pasquale Maietta.
Persino dopo il grave episodio del 2004 quando, in seguito a un violento episodio di rissa durante una partita di calcio, la società dei “Forti e liberi” fu radiata dal campionato, nessuno nell’amministrazione comunale e nella politica tout court sentì il bisogno di denunciare ciò che quel campo – dove il Comune non faceva pagare i canoni d’affitto – rappresentava in un quartiere che con fatica cerca la strada del riscatto e della riqualificazione.
Ecco cosa si intende quando si suggerisce sommessamente al sindaco, alla giunta e ai consiglieri di maggioranza di non accettare consigli da chi ha amministrato e da chi non ha fatto un’opposizione degna di questo nome.
Nel 2015 è iniziata l’operazione. Vi è stato bisogno di un commissario prefettizio, Barbato, per procedere a qualcosa di sacrosanto: il sequestro della struttura che presenta, oltre che al campo, un fabbricato per gli spogliatoi, una piccola tribuna ormai in disuso e, sopratutto, fino a questa mattina, cavalli del clan che scorrazzavano beatamente anche dopo le operazioni di qualche settimana fa che videro il sequestro di altri equini appartenenti alla stessa famiglia e lasciati in condizioni di salute precaria in altre zone della città.
È stato importante che l’amministrazione attuale abbia sottoscritto un protocollo di collaborazione con la Questura, che conosce bene le dinamiche del clan, e abbia dato continuità alle disposizioni del commissario Barbato.
Da oggi, in Via Coriolano, dove sono state sequestrate nella stessa operazione anche automobili di lusso e altro, c’è un po’ più di giustizia e civiltà. E i cittadini sono più forti e liberi.
Sarebbe eccezionale e altamente auspicabile che adesso quel campo venisse utilizzato da una società trasparente e rispettosa dei valori dello sport. Una società che metta al centro i giovani e consenta loro di giocare a calcio con il rispetto dell’avversario e senza la presenza di personaggi che non possono educare al bello della rappresentazione straordinaria e sacra qual è lo sport.