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MAIETTOPOLI È TORNATA

Ci volevano le dichiarazioni del Premio Strega Antonio Pennacchi per far sì che l’onorevole Maietta – che piaccia o meno rappresenta il territorio pontino nel Parlamento – si prodigasse in una difesa personale che ha mescolato il surreale e il patetico mai assente nel Paese del melò. Il riferimento ai propri figli (peraltro mai nominati da chi lo critica, ci mancherebbe), poi, impasta il tutto di una dose che sembra inoculata da una rediviva Filumena Marturano donando al contesto una lacrima sul viso.

Buttare la palla nel campo degli affetti, infatti, è un meccanismo da social molto abusato: è sufficiente una frase in ricordo di, o un accenno al “tengo famiglia”, che i “like” (il nuovo imperativo dell’ordine mondiale!) esplodono e i baci perugina si sprecano. Esemplificativo il commento al post da parte di Tripodi Angelo Orlando – “capisco pienamente il tuo sfogo e il tuo dolore nel dover lasciarla (si riferisce a Latina) per difendere i tuoi Amati figli” -, un altro politico locale che, dopo diversi volteggi, è approdato a Pirozzi (il nuovo chirurgo maxillo facciale di politicanti in cerca di plastiche), ma che ha almeno il pregio intellettuale (si fa per dire) di schierarsi dalla parte di Pasquale Maietta. Mentre il cosiddetto establishment pontino politico e non, citato da Maietta, tace all’ombra della linea della palma.

Il “ticket” Pennacchi-Maietta alimenta, involontariamente o meno, quanto di peggio vi sia nella cultura della legalità di questa città con riverberi stonati su tutta la provincia di Latina che, già ammalata di corruzione e mafia, non aveva proprio bisogno di queste ultime sparate.
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Latina: il Premio Strega e il calcio ai tempi del razzismo

“Sono bloccato sul definire il rapporto che c’è tra calcio e città, sto studiando a riguardo. Ma quello che è accaduto ultimamente non mi è piaciuto, la città ha accettato la perdita della Serie B senza fiatare per colpa dei poteri forti. È stato anche un problema di pregiudizio razziale per Maietta perché è nero e l’altro perché è zingaro”.

Queste sono le parole che ieri (10-11-2017), al Circolo Cittadino di Latina, sono state pronunciate nel suo accorato intervento dal Premio Strega Antonio Pennacchi.

L’ambito era quello della lodevole iniziativa culturale denominata “Il potere alle storie” che è in corso in questi giorni e che intende presentare, prevalentemente, alcune opere con al centro i temi dello sport e del calcio in particolare.

Da ieri, abbiamo la conferma che l’intellettuale di punta della nostra città, lo scrittore che ci rappresenta nei media nazionali, ritiene che inchieste, processi, articoli, opinione pubblica siano ammalati di razzismo contro Pasquale Maietta e Costantino Cha Cha Di Silvio. Una torma di paranoici e fighetti (come il celebre scrittore ebbe a definire coloro che si occupano di criminalità a Latina), compresa la Commissione Antimafia del Parlamento, animati da una sorta di suprematismo della razza bianca ai danni di neri e sinti/rom.

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Bula Travali, Latina Oggi e la “cerbiattolina”

Solo qualche settimana fa, insieme ai suoi compari di crimine, Salvatore “Bula” Travali ha chiesto e ottenuto dalla magistratura di concordare la sua pena a 7 anni di reclusione.

L’accordo con i giudici è stato trovato dopo che Bula era stato condannato in udienza di preliminare a nove anni insieme al fratello Angelo Travali, al padre Giuseppe “Peppe lo Zingaro” Travali, a Francesco Viola, al poliziotto Carlo Ninnolino, ex investigatore della Mobile di Latina e altri.

Come noto, e scritto ampiamente anche da noi di Latina 5 Stelle con inchieste, reportage e articoli, il processo cui si fa riferimento per le condanne succitate è il celebre Don’t touch.

Don’t touch, sbandierato ai quatto venti come fosse il redde rationem della criminalità a Latina, è stato, tuttavia, un evento importante nella nostra città.

Sono stati condannati noti criminali della mala locale a pene più o meno severe – per uno dei più noti, Gianluca Tuma, una pena da colletto bianco quale è l’intestazione fittizia dei beni.

La stampa locale ha dimostrato una buona copertura di tali fatti, ha condannato senza se e senza ma l’associazione criminale “Don’t touch” che aveva creato un reale assoggettamento dei cittadini nel territorio di Latina.

Per tale motivo, è piuttosto inopportuno e pericoloso dare spazio pubblicitario sul principale quotidiano della città, e della provincia di Latina, ai messaggi amorosi di Salvatore “Bula” Travali.

Latina Editoriale Oggi, oltre ad essere il principale è anche l’unico quotidiano cartaceo della nostra provincia (se si eccettua la redazione locale de Il Messaggero).

La responsabilità di aver pubblicato il messaggio di Bula Travali, un criminale inserito in un contesto associativo, che voleva far la guerra al mondo come fosse uno Scarface all’aglio, olio e peperoncino, e che veniva redarguito dal suo parente Cha Cha Di Silvio il quale lo richiamava invano a più miti consigli, non si sa se sia della concessionaria esclusivista del quotidiano, la INIZIATIVE EDITORIALI srl, oppure di altre competenze del giornale che decidono gli spazi a pagamento.

Ciò che conta è che oggi (26-09-2017), a pag. 12 del giornale di Latina, c’è in bella mostra una foto di Bula con la sua compagna a cui augura un felice compleanno: “Cerbiattolina mia in questo giorno così speciale mi fa male non poterti essere accanto ma ti giuro che recupereremo tutti i giorni persi. Sei il mio pensiero fisso il mio respiro la mia vita”.

Posto che è un diritto di Bula fare gli auguri alla sua “cerbiattolina”, per quale ragione deve essergli dato spazio su un quotidiano che per vicende indipendenti da sé è l’unico cartaceo che esce ogni giorno e ha precise responsabilità di etica della comunicazione? L’attività commerciale di un quotidiano è garantita e doverosa, ci mancherebbe, ma di fronte ad alcune eventualità deve sapersi arrestare.

Bula, fin da giovane, ha spadroneggiato insieme al fratello e agli amici in giro per la città, il suo sentirsi al di sopra dello Stato e della legge è dovuto al fatto che ogni cosa che faceva gli veniva concessa, mal sopportata da tutti ma denunciata da pochi.

Forte della sua filiazione con Peppe Lo Zingaro, un criminale già coinvolto negli arresti (poi andati a vuoto) avvenuti nel 1997 dalla DDA di Roma; forte della sua parentela con Cha Cha, il manager occulto del Latina Calcio ai tempi di Pasquale Maietta; utilizzatore di un’automobile intestata a una società riconducibile a Gianluca Tuma; Bula deve aver scambiato Latina Oggi come il suo “house organ” dopo che soltanto un anno fa, nel settembre del 2016, si era fatto ospitare con una lettera scritta dal carcere con un non troppo velato messaggio a chi di dovere. Un messaggio da radio carcere che dovrebbe rimanere negli ambienti malavitosi e che invece campeggiava sul quotidiano di Corso della Repubblica accanto ad una lettera di Giorgio Maulucci (il quotidiano ospitò, sempre nel 2016, una lettera di Gianluca Tuma).

Ora, non sappiamo se Bula abbia ricevuto consigli da Jim Messina (il fautore renziano della perdente campagna di comunicazione del referendum costituzionale del 2016) o, più verosimilmente, pensi ancora di essere invincibile e che Latina sia roba sua. Sappiamo, però, che alcuni messaggi, che siano verso la sua “cerbiattolina” o che siano dal carcere, sarebbe meglio non leggerli, sopratutto perché potrebbero nascondere un altro tipo di significati.

ESISTE UNA MAFIA A LATINA? – Parte I

In questo reportage, diviso in tre parti, viene ricostruita una storia di illegalità e dei relativi intrecci con la mala locale. I piccoli reati, il consolidamento economico, l’ascesa verso l’imprenditorialità di Gianluca Tuma rappresentano una vicenda il cui racconto e i suoi intrecci suggeriscono alcune riflessioni che tentano di valutare il reale peso specifico della criminalità a Latina.

Prima parte

Non si sa molto a Latina di cosa sia la mafia. Ancor meno si conosce cosa sia l’opposizione a essa. Questo fenomeno ha assunto significati così sfumati e confusi che ci si rifugia sempre più spesso nella ricerca di un altro livello. Sappiamo, infatti, che la mafia, quando diventa potente, ricicla e fa riciclare, investe nell’edilizia e nei rifiuti, persino nella manifattura e in Borsa, nel gioco d’azzardo e nei servizi, si introduce negli appalti della PA, coltiva relazioni istituzionali indossando o facendo indossare il vestito buono, quello bianco dei famigerati colletti; in poche parole: si mimetizza perché troppo grande per passare inosservata.

C’è sempre un altro livello misconosciuto o ignorato, dicono. È lì, è quella la vera mafia! Le vere mafie i soldi li fanno girare, li reinvestono. Non sono le estorsioni, i regolamenti di conti, lo spaccio di droga, il traffico di armi dei clan rom della città che devono preoccupare, si sente spesso sentenziare. Quale sia questo livello, a Latina città, non è ancora dato sapere con certezza: ad esempio, qualche pettegolezzo cronachistico-giudiziario riguardo alla vicenda che ha coinvolto sia l’avvocato Censi, suicidatosi all’antivigilia di Natale 2015, che, probabilmente, l’ex Presidente del Latina Calcio, l’onorevole Pasquale Maietta. Ipotesi di riciclaggio, soldi opachi? Per ora si rimane a una inchiesta in Procura (probabilmente molto complessa considerato che alcuni fatti sono avvenuti all’estero) e alla dichiarazione dell’ex Questore di Latina, Giuseppe De Matteis, che parlò dell’altra inchiesta con protagonista un possibile autoriciclaggio, Starter, in cui gli attori principali erano il medesimo deputato di Fratelli d’Italia e il Latina Calcio, come di un antipasto. Il resto è affidato alle suggestioni e alle elucubrazioni, nonostante alcune di esse siano basate su una realtà concreta: il terreno scivoloso della “finanza” pontina (vedasi i casi Perrozzi e Proietti) nel quale non è impossibile immaginare altri professionisti capaci di cointeressenze con clan, banditi e soldi sporchi – del tutto incidentale è il fatto che l’avvocato Censi ha fatto parte del collegio difensivo del Processo Caronte in cui curava gli interessi di “Porchettone” o “Titti”, al secolo Carmine Ciarelli, l’uomo da cui si è originata la mattanza latinense del 2010 con due morti e svariati feriti.

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Cittadini forti e liberi

Il cammino è ancora lungo ma da oggi i cittadini sono un po’ più forti e liberi. Nell’ambito dell’accordo stipulato tra Comune e Questura, oggi è stato sgomberato il campo di calcio utilizzato, un tempo, dalla società A.S. Campo Boario “Forti e Liberi”. Le quote della società sono state sequestrate già all’epoca dell’operazione Don’t Touch che ha rappresentato un momento di verità (ancora non del tutto compiuta) riguardo alla mala latinense. La società di calcio era sotto il controllo di Cha Cha Di Silvio, Gianluca Tuma e altri sodali, coinvolti nell’inchiesta e, in seguito, nel processo Don’t Touch.
È in quella società e in quel campo che nasce l’amicizia inopportuna tra Cha Cha e il deputato di Fratelli d’Italia Pasquale Maietta.
Persino dopo il grave episodio del 2004 quando, in seguito a un violento episodio di rissa durante una partita di calcio, la società dei “Forti e liberi” fu radiata dal campionato, nessuno nell’amministrazione comunale e nella politica tout court sentì il bisogno di denunciare ciò che quel campo – dove il Comune non faceva pagare i canoni d’affitto – rappresentava in un quartiere che con fatica cerca la strada del riscatto e della riqualificazione.
Ecco cosa si intende quando si suggerisce sommessamente al sindaco, alla giunta e ai consiglieri di maggioranza di non accettare consigli da chi ha amministrato e da chi non ha fatto un’opposizione degna di questo nome.
Nel 2015 è iniziata l’operazione. Vi è stato bisogno di un commissario prefettizio, Barbato, per procedere a qualcosa di sacrosanto: il sequestro della struttura che presenta, oltre che al campo, un fabbricato per gli spogliatoi, una piccola tribuna ormai in disuso e, sopratutto, fino a questa mattina, cavalli del clan che scorrazzavano beatamente anche dopo le operazioni di qualche settimana fa che videro il sequestro di altri equini appartenenti alla stessa famiglia e lasciati in condizioni di salute precaria in altre zone della città.
È stato importante che l’amministrazione attuale abbia sottoscritto un protocollo di collaborazione con la Questura, che conosce bene le dinamiche del clan, e abbia dato continuità alle disposizioni del commissario Barbato.
Da oggi, in Via Coriolano, dove sono state sequestrate nella stessa operazione anche automobili di lusso e altro, c’è un po’ più di giustizia e civiltà. E i cittadini sono più forti e liberi.
Sarebbe eccezionale e altamente auspicabile che adesso quel campo venisse utilizzato da una società trasparente e rispettosa dei valori dello sport. Una società che metta al centro i giovani e consenta loro di giocare a calcio con il rispetto dell’avversario e senza la presenza di personaggi che non possono educare al bello della rappresentazione straordinaria e sacra qual è lo sport.