Blog Archives

TEATRO D’ANNUNZIO – INVERSIONE DI MARCIA TARGATA LBC

Il destino del Teatro Comunale D’Annunzio non sarà più un problema “indoor” poiché a breve la gestione verrà affidata a privati per tre anni, come appreso dalle dichiarazioni pubbliche dell’Assessore alla cultura del Comune di Latina, Antonella Di Muro. Insomma, un’inversione a U rispetto a quanto annunciato tramite i proclami elettorali, talché il soggetto che si aggiudicherà il bando in arrivo riceverà anche un contributo comunale di 100.000 euro per ciascuna annualità. È pur vero che nessuna delle amministrazioni che si sono susseguite fino al 2016 ha mai concesso alcun rilievo a una delle componenti fondamentali di una società sana e consapevole: la cultura. Esempio sono i ben nove musei presenti a Latina, alcuni dei quali abbandonati al loro destino, altri, appena riscoperti e già godibili ma solo a pagamento. Questo è il messaggio che passa, ossia che per l’amministrazione del “è-sempre-colpa-di-quelli-di-prima” la cultura si deve pagare, altrimenti niente. 

Si è fatto un gran parlare del decadimento culturale degli ultimi venti anni, declassato tristemente a luogo comune circa le colpe universali della TV commerciale spazzatura, quando ora il mostro sarebbero i social delle fake news e i pay-per-click. Le scelte politico-amministrative, invece, spesso passano sotto il radar delle schiette analisi critiche. Una giunta che si proponeva come la paladina del “bello” e del “bene comune” avrebbe dovuto far passare l’idea che la cultura va vissuta in maniera partecipata, prestando attenzione a tutte le componenti del territorio come le associazioni locali operanti da anni e i fiorenti artisti e musicisti del territorio. Puntare su di loro, dare la possibilità di crescita alle eccellenze locali, pianificare le attività e iniziative culturali insieme a questa parte capace del tessuto cittadino, magari mettendo il contributo annuale a disposizione di un progetto pubblico di qualità che non avrebbe perseguito la remunerazione del capitale ma, piuttosto, l’orizzontale proliferazione dell’arte. Aver lasciato la cultura in balìa delle esigenze di mercato è una netta dichiarazione di intento della maggioranza di Coletta: non importano né metodo né risultato, l’essenziale è che si faccia.

Pezzi di vetro: il vicesindaco e la trasparenza

Fosse successo a Enrico Tiero, ex vice sindaco della precedente amministrazione Di Giorgi, i social network non avrebbero perdonato: colpevole a insindacabile giudizio del web pensiero. Intendiamoci, il suddetto rappresenta ciò che un politico deve evitare di fare, fischietto o non fischietto alla bocca, governo ombra o meno, però…

In data odierna, da notizie pubblicate da Latina Editoriale Oggi, è di pubblico dominio che il vicesindaco di Latina, Maria Paola Briganti, risulta indagata per usura bancaria. Intendiamoci ancora, è coinvolta in un’indagine insieme ad altre 13 persone, per un reato, quello di usura bancaria, ipotizzato in seguito a una denuncia di una parte, una società, che ritiene di essere stata usurata dalla banca di cui il vicesindaco è direttore. Una responsabilità che, laddove dovesse sfociare in un rinvio a giudizio, potrebbe comunque essere oggettiva, sebbene, nel nostro ordinamento, tale possibilità è preclusa innanzitutto dalla Costituzione.

Rinvio a giudizio che, oltre a non essere augurabile, è molto improbabile; il tutto, di converso, – altamente probabile – si concluderà con un’archiviazione per un fatto che parrebbe, sempre da notizie di stampa, essersi concretizzato in 11 anni per la somma di 5000 Euro. 5000 euro in 11 anni che, al cospetto di usure bancarie che hanno interessato le aule di giustizia italiane nell’ultima decade, possono essere definite una somma risibile.

La riflessione, però, non è tanto sull’indagine di un vicesindaco di Latina, che purtroppo non costituisce un unicum nella storia pontina, quanto, in realtà, sulla risposta che il vicesindaco ha fornito una volta interpellata in merito all’indagine.

Il vicesindaco, nonché Assessore alla Trasparenza, Legalità e Sicurezza, chiarito di aver saputo del procedimento a inizio 2015, ha dichiarato che: “È una problematica frequente nel mondo bancario. Di solito si procede in direzione civile per avere un risarcimento, in questo caso la società ha ritenuto di intervenire penalmente. Su aspetti soggettivi di dolo mi sento tranquilla” (fonte: LatinaQuotidiano, articolo di Eleonora Spagnolo).

Da dipendente bancario con funzioni direttive, e sopratutto da assessore alla Trasparenza e alla Legalità, la risposta pone un quesito importante: sin dove arriva l’opportunità politica e comincia la naturale difesa personale?

Dapprima, il vicesindaco della trasparenza avrebbe dovuto dichiarare di essere sotto indagine. Non si sarebbe trattato neanche di un carico pendente, ma di una indagine che da quello che si legge non è di gravità inaudita.

In secondo luogo, l’errore di comunicazione è imponente dal momento che qualcuno potrebbe pensare che un direttore di bancapezzi di vetro 2 ha come rischio del mestiere l’usura bancaria – e immaginiamo come questo filo conduttore abbia fatto la gioia dei guru contro le banche fagocitanti lo sterco del diavolo e storcere la bocca a qualche direttore bancario che mai si sognerebbe di dire che tra i rischi del mestiere c’è quello di passare per usuraio.

Involontariamente, il vicesindaco dà la stura all’archetipo iper-semplificato di questi anni che vede le banche come centro di cravattari e le società di imprenditori agnelli scuoiati sull’altare del profitto. Intendiamoci per la terza volta, ci sono molti casi che hanno fatto pensare con nettezza a questo (i dipendenti bancari che concedevano ai clienti fidi in cambio di azioni, come avvenuto in molte banche in Italia, gridano vendetta), non di certo però un’indagine che mette sul piatto 5000 Euro e che avrebbe richiesto una risposta un po’ più coraggiosa e consona da parte dell’assessore alla legalità, magari suggerita da quell’addetto stampa che tanto scalpore ha suscitato perché figlia dell’assessore Di Muro.

Occorre offrire tempo a un’amministrazione per essere giudicata, questo è sacrosanto; non è così difficile dover ammettere che alcune prove iniziali di codesta amministrazione sono state quantomeno inopportune come l’assessore dipendente della multinazionale che si occupa di OGM seduto al fianco dell’assessore che vendeva prodotti bio; oppure dello spauracchio Mafia Capitale entrato di diritto nel dibattito in seguito alla nomina della moglie di uno degli indagati, senza menzionare la delega data alla stessa in aperto conflitto d’interessi con la sua occupazione lavorativa e di attivista impegnata nel sociale; oppure, del discusso plenipotenziario dell’Urbanistica, dei Lavori Pubblici, dell’edilizia pubblica e privata, dei trasporti pubblici e privati: un vero e proprio secondo sindaco di fatto, senza indulgere, almeno in questo scritto, nelle scelte adottate quando era dirigente nel comune limitrofo di Cisterna di Latina.

Non saranno neanche alcune decisioni un po’ raffazzonate dettate dalla giustificabile inesperienza – vedi bando per le concessioni delle strutture sportive con marcia indietro sullo sconto; o video-sorveglianza accesa di nuovo – a Via Aspromonte avranno tremato a saperlo – con il problema che la società che ha installato le telecamere è creditrice di circa duecentomila Euro. Non saranno neanche le prime prove in Consiglio come l’ordine del giorno a favore della Roma Latina passato grazie all’astensione di LBC e al voto di un consigliere della maggioranza stessa (Leotta) – a proposito, ma questa giunta e questa maggioranza sono a favore o meno della Roma Latina con annessa tangenziale (impattante è un pallido eufemismo) sulla città pontina?

Al di là di questo e altro – non solo fatti negativi ma scelte positive come l’annuncio che si sgombereranno gli uffici del Pegasol pagati a peso d’oro per sfruttare finalmente l’ex Albergo Italia – c’è da domandarsi se la china sia questa: se al prossimo avviso di garanzia, qualcuno dirà che fa parte del rischio d’impresa o di professione. Perché francamente è difficile sentire che un poliziotto, per difendersi, dica che tra i suoi rischi ci sia quello di pestare un indiziato, o un imprenditore possa incorrere nel rischio di pagare con i voucher o i buoni pasto dipendenti di fatto.

Dall’assessore alla Legalità e alla Trasparenza, un assessorato altamente simbolico in una città che ha dormito per anni prima di ammettere di avere un clan vero e proprio e di essere inzuppata in un territorio provinciale che non si fa mancare neanche una delle storiche organizzazione criminali da Cosa Nostra alla ndrangheta passando per la camorra, la Sacra Corona Unita più le nuove mafie straniere, ci si sarebbe aspettato una scusa ufficiale nel non aver comunicato la sua trasparenza. E magari una rinuncia (le dimissioni le valuterà nel caso fosse rinviata a giudizio), almeno fino a quando non verrà archiviata la sua posizione, a trattare, come scritto tra le sue deleghe, di “Interventi sull’amministrazione trasparente”. Poiché di trasparenti e poco palpabili, ad ora, sono in special modo i propositi e le promesse.

Latina liberata?

Questo scritto è la versione integrale dell’articolo richiesto e pubblicato da Il Giornale di Latina in data 21-06-2016.

Tempo fa più di qualcuno pensò che Latina fosse stata liberata. Era il 2013, il Movimento aveva raggiunto un risultato clamoroso alle Politiche e quel famoso 25% aprì la porta alla stagione del 5 Stelle nelle più alte Istituzioni del Paese.

Fu un canto liberatorio, la presa di coscienza che i cittadini potessero avere finalmente un punto di riferimento cui fosse facile riconoscersi senza il disgusto di dover sottostare e sottacere rispetto a logiche partitiche, con tutte le nauseabonde “doti” del caso.

Oggi, nel giugno del 2016, molti cittadini pensano che Latina sia stata finalmente liberata e, del resto, è ciò che ha esclamato Damiano Coletta sindaco, simbolicamente con alle spalle il municipio e davanti una folla emozionata.

L’entusiasmo ricorda molto quello del 2013, c’è lo stesso senso di rivalsa e, per l’appunto, liberazione: i vecchi catenacci sono stati sostituiti, le nuove generazioni finalmente vengono riconosciute sotto la spinta di una coalizione civica non legata ai vecchi organismi dirigenziali.

Questa è stata la percezione che ha reso la vittoria di Coletta, iniziata, senza nulla togliere allo sforzo e al valore delle liste civiche messe in campo, a fine marzo del 2016, quando il blog di Beppe Grillo sancì la mancata certificazione di una lista 5 Stelle a Latina.

A quel punto, la coalizione di Coletta ha saputo convergere le forze e ha potuto far risaltare ancor di più le qualità della sua azione che vale di per sé, ma che, ad essere onesti intellettualmente, non avrebbe avuto lo stesso megafono in città se a concorrere ci fosse stato il Movimento.

E sì perché, tolto il Movimento, Coletta e LBC sono diventati il sostitutivo baluardo contro i soliti noti che, ad essere altrettanto onesti intellettualmente, non ne hanno azzeccata una presentando nelle loro fila facce e programmi che avevano il sapore stantio del già vissuto, pur tentando in forme minime di proporre qualche volto diverso che, purtroppo, è stato fagocitato dal coletta sindaco1sentire che attualmente offrono i partiti tutti.

Non si taccerà il presente scritto di pedanteria se chi scrive indulge ad accostare le sorti di LBC e il nuovo sindaco con quelle del Movimento, perché i due destini sono paralleli sebbene, chiamati al bivio, gli uni hanno imboccato la strada del successo e l’altro è miseramente caduto nel gorgo del fallimento. Ma, in quel giardino dove i sentieri si sono biforcati, è scritta la storia di queste elezioni.

Non solo una questione di preferenze che, come nei vasi comunicanti, sono confluiti da una parte verso l’altra (Coletta ha ottenuto preferenze anche dal mondo del PD; il Movimento avrebbe ottenuto voti da ogni ambito politico); non solo una questione di lessico e concetti (si vedrà in futuro se LBC li abbia intesi per essere applicati) mutuati dal Movimento 5 Stelle e dai meetup – condivisione, partecipazione, onestà, trasparenza: principi vecchi come il mondo si dirà, ma riproposti prepotentemente dal Movimento sin dalla fine degli anni Zero assorbendo tutte le accuse di populismo e demagogia che un terreno scivoloso come il consenso popolare comporta; è stata, invero, un’affinità elettiva (si perdoni il gioco di parole) della Storia che ha premiato chi c’era e ha emarginato l’acuta e già dimenticata assenza. Una Storia provinciale, qualcuno potrà obiettare, ma pur sempre la Storia di Latina. Continua a leggere