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ESISTE UNA MAFIA A LATINA? – Parte I

In questo reportage, diviso in tre parti, viene ricostruita una storia di illegalità e dei relativi intrecci con la mala locale. I piccoli reati, il consolidamento economico, l’ascesa verso l’imprenditorialità di Gianluca Tuma rappresentano una vicenda il cui racconto e i suoi intrecci suggeriscono alcune riflessioni che tentano di valutare il reale peso specifico della criminalità a Latina.

Prima parte

Non si sa molto a Latina di cosa sia la mafia. Ancor meno si conosce cosa sia l’opposizione a essa. Questo fenomeno ha assunto significati così sfumati e confusi che ci si rifugia sempre più spesso nella ricerca di un altro livello. Sappiamo, infatti, che la mafia, quando diventa potente, ricicla e fa riciclare, investe nell’edilizia e nei rifiuti, persino nella manifattura e in Borsa, nel gioco d’azzardo e nei servizi, si introduce negli appalti della PA, coltiva relazioni istituzionali indossando o facendo indossare il vestito buono, quello bianco dei famigerati colletti; in poche parole: si mimetizza perché troppo grande per passare inosservata.

C’è sempre un altro livello misconosciuto o ignorato, dicono. È lì, è quella la vera mafia! Le vere mafie i soldi li fanno girare, li reinvestono. Non sono le estorsioni, i regolamenti di conti, lo spaccio di droga, il traffico di armi dei clan rom della città che devono preoccupare, si sente spesso sentenziare. Quale sia questo livello, a Latina città, non è ancora dato sapere con certezza: ad esempio, qualche pettegolezzo cronachistico-giudiziario riguardo alla vicenda che ha coinvolto sia l’avvocato Censi, suicidatosi all’antivigilia di Natale 2015, che, probabilmente, l’ex Presidente del Latina Calcio, l’onorevole Pasquale Maietta. Ipotesi di riciclaggio, soldi opachi? Per ora si rimane a una inchiesta in Procura (probabilmente molto complessa considerato che alcuni fatti sono avvenuti all’estero) e alla dichiarazione dell’ex Questore di Latina, Giuseppe De Matteis, che parlò dell’altra inchiesta con protagonista un possibile autoriciclaggio, Starter, in cui gli attori principali erano il medesimo deputato di Fratelli d’Italia e il Latina Calcio, come di un antipasto. Il resto è affidato alle suggestioni e alle elucubrazioni, nonostante alcune di esse siano basate su una realtà concreta: il terreno scivoloso della “finanza” pontina (vedasi i casi Perrozzi e Proietti) nel quale non è impossibile immaginare altri professionisti capaci di cointeressenze con clan, banditi e soldi sporchi – del tutto incidentale è il fatto che l’avvocato Censi ha fatto parte del collegio difensivo del Processo Caronte in cui curava gli interessi di “Porchettone” o “Titti”, al secolo Carmine Ciarelli, l’uomo da cui si è originata la mattanza latinense del 2010 con due morti e svariati feriti.

 

IL LIVELLO SUCCESSIVO

C’è un personaggio, però, che quel salto di livello, quell’approdo a tale livello, è quasi riuscito a portarlo a compimento, un personaggio che parrebbe rappresentare un mondo diverso da quello cui siamo abituati a Latina. Un livello, sia beninteso, che non ha nulla a che vedere con chissà quali trame fantasiose piuttosto con unico dio: il lucro (e il lusso che ne deriva).

Gianluca Tuma, condannato nel celeberrimo processo Don’t Touch a 3 anni e 4 mesi con sentenza confermata in Appello per intestazione fittizia di beni, è il simbolo di un latinense appartenente alla mala locale che ha fatto il salto di qualità. Un personaggio dedito all’illegalità che dalla strada, con reati e comportamenti tipici di chi nasce sulla strada, approda al grado superiore costituito da appalti importanti, franchising e operazioni remuneranti, e un sistema di società che attraverso prestanome, improvvisi aumenti o diminuzioni di capitale, acquisizioni di rami d’azienda e fallimenti, ha varcato la soglia, è diventato adulto. La sua vicenda imprenditoriale, che parrebbe essere arrivata alla fine, è dirimente per comprendere quale sia il livello suddetto, quel livello che farebbe finalmente luce su traffici e dinamiche illegali che intridono anche Latina, al di là delle scorribande e azioni dei clan rom che ben si conoscono ma che non possono rappresentare l’unica dimensione criminale di una città che è seconda nel Lazio non solo per demografia ma, evidentemente, per presenza di interessi. Non solo estorsioni, associazioni per delinquere, spaccio, armi e usura, a Latina c’è anche chi, nella mala, ha usato il cervello. E, di certo, non è stato il solo.

La crescita imprenditoriale di Tuma non è stata bloccata dalla condanna di Don’t Touch, ma dalla proposta di sequestro dei suoi beni accolta, qualche mese fa (febbraio 2017), dai magistrati e avanzata dalla Divisione Anticrimine della Polizia di Latina che ha fatto valere, dopo anni di provvedimenti respinti o andati a vuoto (per carenza legislativa, in primis), il D.lgs 159/11, vale a dire il Codice Antimafia.

Tuma, nella sua vita, ha avuto diverse proposte di prevenzione personale e patrimoniale (tre nella prima decade del secolo in corso); sin dal 1990 gli fu applicata, per anni, la sorveglianza speciale per i suoi precedenti.

Nel 2002 fu colpito, per la prima volta, da un provvedimento contro i suoi beni. Gli furono sequestrate alcune società intestate a suoi prestanome – tra queste società, anche la prima che creò negli anni Novanta: la Edil&Tecno che, apparentemente, faceva capo a una sua parente ancora minorenne e a un’altra donna che aveva la particolarità di essere stata legata a un peso massimo della criminalità pontina: Federico Berlioz. In seguito, il Tribunale di Latina revocò la misura a questi primi sequestri di beni. Un tempo, infatti, era più difficile che fosse accolto un provvedimento del genere. La normativa era regolata dalle leggi 575/65 e 1423/56 che consentivano l’applicazione della misura solo, o per lo più, ad appartenenti ad associazione mafiosa o affini. Dal 2011, il legislatore ha rimediato con il sopracitato Codice Antimafia molto utile sopratutto quando non si riescono a comprovare reati come nel caso del personaggio di questa storia. O come nel caso della criminalità latinense tutta poiché, se fossero valse le leggi precedenti al Codice, nessuno della mala locale avrebbe mai potuto essere colpito con un’azione così dura poiché di associazioni mafiose, stando alle leggi e alle sentenze, a Latina città non ne sono mai esistite – è utile sottolineare che se non vengono svolti o quantomeno trasmessi dalla/alla Direzione Distrettuale Antimafia, le indagini e gli eventuali processi a Latina non potranno mai contestare il reato di associazione mafiosa (416bis) ad alcun clan o presunto clan della città.

Gianluca Tuma (foto: Il Messaggero)

Tramite il Codice, e senza che Tuma fosse stato condannato per reati di mafia, è stato possibile sequestrargli beni immobili e mobili per il valore di tre milioni di Euro (una somma risibile rispetto ai/alle sequestri/confische subiti dall’imprenditore Perozzi e dal commercialista Proietti) e, in particolare, il suo sistema di società con cui operava e con il quale, senza dubbio, si stagliava dalle violente smargiassate di gioventù o da coloro i quali sono invece stati condannati per reati tipici della criminalità (piccola o grande che sia) e che lui conosce molto bene, da sempre.

A quelli che lui conosce e frequentava, a quelli degli arresti del ’97 (a opera della DDA di Roma), a quelli di Lazial Fresco, Caronte, Don’t Touch, e dei processi affini, sono state inflitte condanne più o meno esemplari attribuendo loro reati di omicidio, estorsione, traffico di armi, usura, droga ecc. A lui, invece, un reato tipico dei colletti bianchi e non di un criminale da strada: intestazione fittizia dei beni. Per altri processi che aveva in corso – invece tipici di chi opera nel “mondo di sotto” – la mannaia della prescrizione e, in qualche caso, il sollievo dell’assoluzione sebbene con notevoli dubbi degli organi competenti a indagare e giudicare.

“Sei proprio uno stronzo e anche un po’ scemo, perché ce l’hai con me?”. “Chi ti credi di essere perché porti la divisa? Se te la levi ti spacco in due e ti spacco i tuoi bei denti, risolviamola da uomini voi vi nascondete dietro quegli stracci, denunciami che ti vengo a prendere sotto casa, il mondo è piccolo”. Così si presenta l’allora giovane Tuma a un paio di poliziotti che l’avevano fermato per due controlli in due occasioni diverse.

Deferito, segnalato, sorvegliato speciale, obbligato a non mettere piede in vari comuni della provincia, il pedigree presenta il classico prontuario di azioni e conseguenze che una vita partita dalla strada senza rispetto per l’ordine costituito impone. Quando deve presentarsi in Questura per la sorveglianza speciale, come si è soliti in certi ambienti diserta.

 

L’EDUCAZIONE SENTIMENTALE

Già a partire dagli anni Ottanta, il Tuma frequentava i fratelli Giordano, Giovanni e Filippo, due casertani di Carinola (Giovanni era nato a Pozzuoli) trapiantati a Latina. Giovanni Giordano è visto come un padre dal suo sodale di sempre, Costantino “Cha Cha” Di Silvio condannato a 10 anni nel processo Don’t Touch. Dopo una vita d’amicizia, nel 2015 saranno immortalati, Tuma e Cha Cha, in un’istantanea che lascia pochi dubbi sul loro grado di vicinanza: al funerale del “padre” Giovanni Giordano, insieme a un altro protagonista di questa storia, Massimiliano Mantovano.

Mark Iuliano (ex allenatore del Latina), Pierluigi Sperduti (ex team manager) e Cha Cha (dirigente occulto) ai tempi in cui la gestione del Latina Calcio era affidata al Presidente on. Pasquale Maietta

I fratelli Giordano non erano due qualunque nella mala pontina. Entrambi con precedenti per associazione mafiosa e favoreggiamento di esponenti della malavita organizzata, sono coloro che insegnano ai pontini come ci si regola nel mondo del narcotraffico.

“Non dovevi dirgli scemo, piuttosto potevi dirlo al Presidente della Repubblica, hai detto scemo alla persona sbagliata”: così si sentì dire un cameriere quando il titolare di un ristorante di Latina dove lavorava lo rimproverò per aver ingiuriato i due fratelli di Carinola. Il cameriere, nonostante fosse stato malmenato, fu licenziato e sarebbe stato riassunto solo se lo avessero voluto loro, i Giordano.

La DDA di Bologna ne accertò il collegamento con la famiglia calabrese dei Falleti. In contatto con gli spacciatori internazionali Enrico Paniccia e Franco D’Agapiti, Giovanni Giordano fu trovato con 23 kg di droga all’aeroporto di Palermo, carico già di precedenti penali per associazione mafiosa, spaccio e altro. Indagini del SCO (Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato) lo inquadravano come appartenente a un’associazione mafiosa con il core business nel traffico internazionale di droga e nell’usura, in partnership con una cosca mafiosa siciliana. Tra i due fratelli, colui che esercitava la maggiore leadership era Giovanni che, a maggio del 1999, fu coinvolto nell’operazione Jumbo della DDA di Roma.

Più tardi, nel maggio 2007, i due fratelli Giordano furono tratti in arresto nel corso dell’operazione antidroga Lazial Fresco insieme a personaggi noti della malavita pontina: Giuseppe Travali detto Peppe Lo Zingaro (condannato in Don’t Touch e padre dei fratelli Angelo e Salvatore), Guerrino Di Silvio, Cha Cha e altri.

Le condanne furono dure in primo grado ma, in seguito, subirono un complessivo ridimensionamento.

I personaggi più noti di quell’operazione, oltre a Giovanni Giordano, erano Gino Stravato, Donatella Saturnino, Fabio Criscuolo e il pluripregiudicato Giuseppe D’Alterio, O’Marocchino, contiguo ai Casalesi.

I carichi di droga venivano importati dall’Argentina e giungevano in aereo a Roma o via nave a Gaeta per poi venire trasportati a Fondi da dove, grazie soprattutto alla ditta di trasporti “Lazial Frigo” della famiglia D’Alterio che operava nel Mof di Fondi, venivano smerciati. Secondo l’accusa, i contatti tra narcotrafficanti avvenivano attraverso una particolare e complessa comunicazione in codice in cui si utilizzavano parole che dovevano avere al massimo dieci lettere diverse tra loro, il cosiddetto sistema “Berlusconi”. Cocaina e hashish arrivavano sui camion frigo di frutta e verdura al mercato ortofrutticolo di Fondi e spesso, prima di arrivare in Italia, triangolavano in Spagna o Germania. Un modello di smercio che molti cartelli utilizzano e di cui la nostra provincia è ormai inzuppata. Dove, in Lazial Fresco, era il sistema con l’hub del Mercato ortofrutticolo di Fondi a farla da padrone, di recente, a Latina, era il sistema florovivaistico dei Crupi con il centro direzionale situato su una Migliara nel territorio pontino a gestire un narcotraffico che tagliava tutta l’Europa dall’Olanda fino alla palude. Una famiglia, quella dei Crupi, che operava nel tessuto imprenditoriale legale utilizzato, secondo gli inquirenti della Dda di Roma, come una copertura, sebbene fossero già agli atti i loro legami con la cosca di ‘ndrangheta dei Commiso come svelato dall’indagine Bluff del 2000 condotta dalla Polizia di Stato di Siderno e che quest’ultimo episodio giudiziario ha confermato (un’informativa della Squadra Mobile e del Sco di Reggio Calabria, nel 2015, definisce i Crupi come pienamente inseriti nella cosca calabra).

La frequentazione dei Giordano, in particolare di Giovanni, è presumibile sia stata un vero e proprio rapporto di educazione su come si deve stare al mondo in certi ambienti. Un mentore che non si definisce “padre” tanto per dire.

Gianluca Tuma è scaltro, non si fa intercettare, non utilizza un cellulare per chiamare ed essere chiamato.

Salvatore Travali

Lo dimostra il processo Don’t Touch dove non ci sono, apparentemente, aderenze con l’ala militare dell’associazione Cha Cha, nonostante Salvatore “Bula” Travali, il fratello di Angelo Travali, condannati entrambi in Don’t Touch, utilizzi un’auto intestata a una delle società di Tuma, e nonostante i contatti tra Cha Cha e Tuma (sempre filtrati dal telefono di sodali o parenti di quest’ultimo) sono spesso tesi a chiarire alcune azioni violente dei TravaliandCo in modo da calmarli e farli rigare dritto.
Sin da giovane, il Tuma sembra conoscere la sintassi di chi vuole farsi rispettare ottenendo soldi facili. Stando a un’informativa della Polizia risalente al 1993, fu denunciato per estorsione ai danni di un uomo che, volendo aprire un’attività economica, gli aveva chiesto quaranta milioni di lire. Tuma, oltre ad avere il rimborso del prestito, pretese dall’uomo anche l’acquisto di un’autovettura, opportunamente intestata a terza persona, tre ciclomotori, qualche bolletta ecc. Un’estorsione che non ha nulla di eclatante, e non rappresenta affatto un unicum, ma serve a testimoniare di come già dall’età di diciotto anni (il denunciante dichiarava di avere avuto il prestito da 40 milioni nel 1988), Tuma avesse una consistente disponibilità di denaro e la padronanza delle pratiche estorsive.

Ad ogni modo, la sua “capacità” non si limita a estorsioni, prepotenze e risse in discoteche pontine alla moda. Viene denunciato spesso, persino per tentato omicidio volontario e sequestro di persona, ma Tuma non è affatto uno sprovveduto come tanti nel panorama criminale latinense. Accade, nel 1992, un fatto vagamente inquietante. Senza che siano mai state accertate le responsabilità di manina o manine infedele/i, durante un controllo a Latina viene appurato che ha a sua disposizione la strisciata del Centro Elaborazioni Dati. Vengono ritrovate con sé, scritte in quella strisciata, informazioni riservatissime sui suoi precedenti e su ciò che annotano le forze dell’ordine su di lui. Si scoprirà che questi dati provengono dai Carabinieri di Massa, non proprio un rassicurante spot per le istituzioni. Responsabili: zero. Nel ’93, poi, nella casa in cui viveva, furono scovate alcune particolari apparecchiature, veri e propri ricetrasmettitori. Poco dopo, si scopre che possiede persino apparecchi capaci di intercettare comunicazioni delle forze dell’ordine.

Ma gli episodi preoccupanti continuano. Nell’aprile del 1999, in un appartamento dove fittiziamente viveva il suo sodale di sempre, Giampiero Di Pofi, in realtà un immobile a sua completa disposizione, vengono scoperti alcuni dettagli niente affatto marginali. L’abitazione, in pieno centro città, in via IV Novembre, era oggetto di sfratto dopo la denuncia del proprietario che chiedeva a Di Pofi di essere pagato. La casa fu sequestrata ma quello che saltò agli occhi è che all’interno furono rinvenuti oggetti e documenti del Tuma tra cui atti d’indagine e documenti processuali riguardanti il gotha della criminalità pontina (e non solo) di quegli anni e di quelli a venire: Mario Baldascini, Federico Berlioz, Carmine Schiavone, Giuseppe Travali, Vincenzo Calcara, Giovanni e Filippo Giordano, Carmine Ciarelli ecc. Tutti documenti, alcuni dei quali riservati, nella disponibilità di Tuma.

Carmine Schiavone, ex boss dei Casalesi che ha rivelato in anni recenti gli interessi criminali del suo feroce clan nell’ambito dei rifiuti. Schiavone, deceduto nel 2015, parlò chiaramente di interramenti di rifiuti pericolosi nel territorio pontino avvenuti a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta.

E poi, come qualche anno prima, altre apparecchiature a laser per sventare possibili intercettazioni ambientali (ricerca di microspie e bonifica dei locali), o utili a intercettare, viceversa, le forze dell’ordine. L’idoneità degli strumenti fu certificata dall’allora Ministero delle Telecomunicazioni e lo stesso Tuma confermò di utilizzare questi apparecchi ammettendo candidamente di non voler essere intercettato.

 

1997: LA SVOLTA MANCATA

Nel gennaio del 1997, vi fu un terremoto a Latina negli ambienti criminali. La DDA di Roma arrestò il Tuma insieme ad altre 25 persone tra cui Carmine Ciarelli, i Baldascini, Cha Cha, Antonio Di Silvio, Peppe Lo Zingaro, in ragione delle dichiarazioni di Vincenzo Calcara e, sopratutto, Federico Berlioz. Berlioz che, di certo, a cavallo tra gli Ottanta e i Novanta, era considerato un vero boss (addirittura il principale capo della mala latinense), parlò di “malavita organizzata di Latina“, dando per scontato un suo radicamento nel territorio e una mappatura di potere già evidente, e raccontando fatti, a suo dire, che non erano venuti mai alla luce poiché chi li aveva subiti non aveva avuto il coraggio di denunciarli per paura di ritorsioni. Non fu considerato del tutto credibile dalla magistratura, ma molte dichiarazioni, col senno di poi, lo erano eccome sopratutto nel quadro di una Latina insanguinata dagli omicidi degli anni Novanta, quando a perire furono, tra gli altri, Giancarlo De Bellis, Sergio Danieli, Silvano Dionigi, Rinaldo Merluzzi e Raffaele Micillo e quando, nel ’95, lo stesso Berlioz subì un attentato.

Tra il ’91 e il ’95, per quanto sostenuto da Berlioz, i traffici maggiori di cocaina verso le nostre terre provenivano dalla Spagna, oltreché al traffico con il Sudamerica (in particolare la Colombia) sotto la responsabilità di Giordano. Tuma e Cha Cha furono descritti dal Berlioz come spacciatori vicini a lui e a Giordano. Secondo l’altro “pentito” Vincenzo Calcara, Antonio Di Silvio aveva contatti certi con cosche siciliane per la cocaina.

A Tuma fu contestato, nell’ambito di questo provvedimento della DDA di Roma, anche il pestaggio di un nome noto negli ambienti della mala, Mario Zof (parente di Alessandro Zof che fu coinvolto anni dopo nella cosiddetta guerra criminale del 2010), e la detenzione/ricettazione di una Smith Wesson calibro 38. Nell’aprile del 1993, presso il bar Di Russo a Piazza della Libertà, Tuma e Cha Cha tentarono, a loro modo, di far ritrattare Zof riguardo alle accuse di omicidio volontario che lo stesso aveva mosso nei confronti di Massimiliano Moro – il Moro, secondo la denuncia di Zof, aveva provato ad ucciderlo nel novembre del ’92.

Il giudice di prevenzione, per questo episodio e altri afferenti a episodi di estorsioni, spaccio e associazione per delinquere si dichiarò incompetente, pur tuttavia osservando che l’associazione a delinquere era di difficile sussistenza mentre il traffico di stupefacenti aveva basi solide. Riguardo ai fatti concernenti il Tuma, il giudice di prevenzione, non avendo avuto alla sua attenzione gli atti d’indagine, disse che non poteva che allinearsi a quanto disposto dal Gip di Roma che aveva ordinato una provvedimento di non luogo a procedere.

Tali episodi, che ormai si perdono nella notte dei tempi, sono utili ad abbozzare il quadro della situazione della mala pontina di qualche anno fa che hanno avuto ripercussioni in anni più recenti.

Alla luce di oggi, infatti, le dichiarazioni di Berlioz trovano più forza ed in larga parte sono da ritenersi attendibili poiché molti dei nomi da lui citati alla fine degli anni Novanta sono stati poi coinvolti in numerose indagini (e processi), alcune delle quali, peraltro, hanno accertato associazioni per delinquere e il radicamento di veri e propri boss nella città di Latina.

 

MALALATINA: TRA CARONTINI E DONTACCHISTI. UNA VERSIONE DI COMODO?

Il processo Caronte, il cui impianto è stato ritenuto credibile fino in Cassazione, pur avendo stabilito un allaccio mortale tra i Ciarelli e i Di Silvio che ha sancito un’associazione (non mafiosa) tra le due famiglie, ha aperto la strada a numerosi dubbi. Lì, in Caronte, si presenta una realtà divisa a metà: da una parte i rom Ciarelli/Di Silvio e dall’altra un clan facente capo a Mario Nardone. Massimiliano Moro e Fabio “Bistecca” Buonamano, secondo la magistratura, pagarono in seguito agli scontri tra queste due fazioni che fecero esplodere in tutta la loro potenza di fuoco il clan Ciarelli/Di Silvio i quali tentarono di ammazzare altre persone, gambizzandole o ferendole gravemente. Il casus belli, come noto, fu il tentato omicidio di Carmine Ciarelli avvenuto nel suo regno, nel gennaio del 2010, di fronte a un bar del Pantanaccio in via Andromeda.

Nel 1993, però, come detto, Tuma e Cha Cha difesero Massimiliano Moro, e Bistecca fu reclutato nel ’97 da Cha Cha per sparare contro l’auto del giudice Iansiti. Perché né Tuma né Cha Cha, né nessuno del clan dei cosiddetti dontacchisti (da Don’t Touch) partecipano alla guerra del 2010 scatenata dai carontini (Ciarelli/Di Silvio) e scaturita dall’attentato a Porchettone? Cosa è cambiato negli anni intercorsi? Perché gli ex amici Tuma e Cha Cha non muovono un dito per aiutare Bistecca e Moro a scampare alla furia dei Ciarelli/Di Silvio? È opportuno ricordare che mentre per Bistecca sono state emesse due condanne per omicidio a carico di Costantino “Patatone” Di Silvio e dello zio Giuseppe “Romolo” Di Silvio, per Massimiliano Moro non è stato celebrato alcun processo e non vi sono né colpevole/i né movente.

Costantino “Patatone” Di Silvio, condannato per l’omicidio Buonamano. A Latina era molto noto fin dalla giovane età quando, come molti della sua famiglia (o clan), si prodigava in piccole estorsioni e prepotenze che avvenivano anche in centro cittadino. La sua caratura criminale è cresciuta col tempo fino a diventare un leader dei Di Silvio. Quando, nell’estate del 2016, un quotidiano locale pubblica la notizia di un suo presunto “ravvedimento” in carcere, molti dei commenti di suoi parenti sui social negano ogni possibile pentimento. Di fatto, Patatone non ha mai collaborato con la giustizia. Foto: Latina Oggi

Che, poi, la versione di Patatone – prendersi in toto la responsabilità di un omicidio per un mero prestito non restituito – sia veritiera è probabile, anche se somiglia molto a un tributo d’onore da pagare per la sua famiglia nella quale spiccava per acume, “intelligenza” criminale e carisma (nelle fasi della “guerra” del 2010, è lui insieme a pochissimi altri a gestire la catena di attentati ai danni del clan Nardone).

Dividere la criminalità in blocchi o non dividerla affatto comporta alcuni cortocircuiti nel comprendere la mala a Latina. Se si seguissero unicamente le sentenze della magistratura, esisterebbero tre clan: il Ciarelli/Di Silvio formatosi negli anni e consolidatosi dopo il ferimento di Carmine Ciarelli nel 2010; quello di cui il referente è Mario Nardone, composto da criminali non rom; il Don’t Touch con a capo Cha Cha che distribuisce zone di competenza ai suoi sottoposti.

Tuttavia, la matematica pura non può risolvere la questione “mala a Latina” poiché troppi conti non tornano. È credibile, ad esempio, ritenere che Angelo Travali, condannato in Don’t Touch, e, agli “ordini” di Cha Cha, potesse diventare capozona (quale zona?) senza l’approvazione del clan Ciarelli/Di Silvio capace di uccidere in 24 ore due uomini e ferirne almeno cinque? Che rapporti hanno la banda di Caronte con quella di Don’t Touch? È difficile credere che siano due entità distinte essendo molti di loro imparentati e sicuramente ben consapevoli del peso degli uni e degli altri, nonché alcuni di loro coinvolti insieme in altre indagini. Basti pensare al caso recente di un’estorsione in cui furono coinvolti i dontacchisti, Renato Pugliese (figlio di Cha Cha) e Agostino Riccardo (sebbene non abbia avuto alcun ruolo nell’indagine Don’t Touch), e i carontini (dal processo Caronte) Pupetto Di Silvio e Samuele Di Silvio. In seguito a questo episodio, grazie ad alcune fugaci notizie pubblicate questa estate da organi di stampa locali, e tacitate immediatamente per non intralciare il lavoro degli inquirenti, pare che il figlio di Cha Cha abbia deciso di collaborare con la magistratura. Quale valore abbiano le testimonianze di Renato Pugliese sarà giudicato in futuro sulla base di esse, per ora, non senza stupore, si rimane perplessi riguardo al modo in cui le testimonianze dei pochi pentiti di mala delle terre pontine siano state tenute in considerazione: il caso delle dichiarazioni di Berlioz, mai prese realmente sul serio, dovrebbe suggerire l’approssimazione o, forse, lo scarso interesse con cui si è inteso condurre la battaglia contro la mala a Latina che, come in tanti altri campi (dalla politica all’economia ai servizi ecc.), recita la ballerina di seconda fila rispetto a Roma Capoccia o al sud.

 

LA PALUDE PONTINA

Gianluca Tuma e Cha Cha, dunque, erano amici dei nemici dei Ciarelli/Di Silvio. Lo erano (lo sono?) di Mario Nardone in gioventù, lo erano di Massimiliano Moro.

Grazie a Caronte, sappiamo che Moro e Bistecca erano amici anche dei Ciarelli e dei Di Silvio: emblematica è l’intercettazione utilizzata in Caronte dove a parlare è Pasquale Ciarelli, condannato nel medesimo processo, che intento a spaventare due donne invischiate in un racket di usura dice: “Hai visto che abbiamo fatto a Massimiliano Moro e Bistecca? E quelli sono gente che ha mangiato con noi”.

Come sappiamo dalle sentenze di Caronte, dopo l’attentato ai danni di “Porchettone” Ciarelli cambia tutto per il cosiddetto clan Ciarelli/Di Silvio, ma perché l’altro gruppo, quello di Tuma/Cha Cha (Don’t Touch), pur avendo una sua ala militare (fratelli Travali, Viola ecc.) coinvolta in tanti episodi di fuoco come, ad esempio, il ferimento del tabaccaio Urbani o l’omicidio Giuroiu a Borgo Sabotino, rimane silente?

Tuma e Cha Cha non muovono un dito durante la tonnara sanguinolenta del 2010 e non entrano, conseguentemente, nell’indagine di Caronte. Si tengono moto alla larga da un regolamento di conti che non li riguardava. Recitano la parte della Svizzera pur avendo avuto frequentazioni e rapporti da criminalità con tutti i maggiori protagonisti della storia di Caronte, sia i carnefici che le vittime.

Nelle intercettazioni di Don’t Touch, gli associati ricordano Bistecca con amicizia, non certamente come “un infame” che ha pagato con la vita, e, attraverso altri episodi minimi, sappiamo che alcuni dei dontacchisti non erano in ottimi rapporti con i carontini Ciarelli/Di Silvio. Nonostante molti dei dontacchisti siano imparentati con le famiglie Di Silvio e Ciarelli non erano organici all’associazione delineata dal processo Caronte. Infatti, i clan rom sono sì clan di “famigghia” ma non hanno la struttura ferrea, gerarchizzata e sedimentata delle locali della ‘ndrangheta. Un giorno sto con te e l’altro giorno, magari, non ci sto più anche se si hanno interessi e parenti comuni – su tutti i Casamonica di Roma.

Questo fa di Latina una realtà molto particolare, dove a regnare sembra essere il caos a detrimento dell’azione repressiva degli organi preposti. Non esiste un clan unico nell’universo rom, e non esiste un clan unico nella città di Latina.

Non sappiamo, nonostante almeno tre importanti processi recenti (Lazial Fresco, Caronte e Don’t Touch), chi siano i responsabili certi delle zone di spaccio, chi e se governi la malavita a Latina, quali siano i rapporti tra quelli di Don’t Touch e Caronte. Possiamo ritenerci così sicuri che siano i Ciarelli e i Di Silvio, in tutte le loro ramificazioni, a costituire i più pericolosi clan della città? Esistono clan che si infiltrano in appalti pubblici, che riciclano soldi, che, in poche parole, hanno fatto il salto di livello?

Per tutte queste domande e altre ancora, si può dire che nessuna sentenza ha sgomberato il campo dalla polvere, nessuna verità incontrovertibile ha fugato i dubbi.

Chi gestisce il narcotraffico, l’usura, le estorsioni ecc. a Latina? Se li gestiscono o l’hanno gestiti secondo un’architettura mafiosa, non è un dato di cui si può parlare senza pena di essere smentiti, nonostante sia impensabile ritenere che Latina, a metà tra Roma e Caserta, sia scevra da logiche di criminalità organizzata così come le conosciamo nel sud pontino. In sostanza, a Latina, siamo appesi al dubbio se ciò che noi chiamiamo mafia non sia, appena, una forma feroce di banditismo che non prevede un’organizzazione ma solo gruppi sparuti e non legati tra di loro. 

La storia di Gianluca Tuma dimostra che, al netto di qualsiasi associazione mafiosa, un percorso diverso, difforme da questo presunto banditismo, è possibile in un territorio fecondo come questo poiché intriso di infiltrazioni, teste di legno e oscuri raccordi con la politica.

Fine prima parte

( – continua con la seconda parte)