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LA BILANCIA SBILANCIATA DELLA GIUSTIZIA SOCIALE: un piccolo caso e alcune riflessioni

Nel numero del 29-12-2016 di “Latina Oggi”, vi era un titolo che riprendeva un’intervista rilasciata il giorno precedente a “la Repubblica” dal senatore Giuseppe Vacciano. A pagina 4, sul quotidiano pontino, vi era scritto: “Vacciano insiste: basta con i vitalizi”. Senza indulgere in alcuna polemica né con il giornale né con Giuseppe Vacciano (non c’è interesse né intenzione), ci sono da registrare diverse cose che fanno strabuzzare gli occhi e suggeriscono alcune riflessioni.
Il vitalizio, di fatto una rendita di stampo grillesco (nel senso del Marchese del Grillo: “Io so’ io e voi…”), fu abolito sostanzialmente dal gennaio 2012 con l’introduzione del nuovo trattamento previdenziale dei parlamentari, basato sul sistema di calcolo contributivo già adottato per il personale dipendente della Pubblica Amministrazione. Vitalizi, che è bene precisare, permangono per chi già li riceveva, prima che il Governo Monti ponesse le condizioni attraverso il decreto legge del 2011 affinché Camera, Senato e Regioni recepissero e applicassero le varie sforbiciate, con distinguo e iniquità caso per caso, tra ricorsi e contenziosi che durano ancora oggi. Sul sito del Senato della Repubblica, nella sezione dedicata al trattamento economico dei senatori, si legge alla voce “Pensioni” che: “Il diritto al trattamento pensionistico si matura al conseguimento di un duplice requisito, anagrafico e contributivo: l’ex parlamentare ha infatti diritto a ricevere la pensione a condizione di avere svolto il mandato parlamentare per almeno 5 anni e di aver compiuto 65 anni di età. Per ogni anno di mandato oltre il quinto, il requisito anagrafico è diminuito di un anno sino al minimo inderogabile di 60 anni. Coerentemente con quanto previsto per la generalità dei lavoratori, anche ai Senatori in carica alla data del 1° gennaio 2012 è applicato un sistema pro rata: la loro pensione risulta dalla somma della quota di assegno vitalizio definitivamente maturato, al 31 dicembre 2011, e della quota di pensione riferita agli anni di mandato parlamentare esercitato dal 2012 in poi…Infine, con la deliberazione del Consiglio di Presidenza n. 57 del 7 maggio 2015, è stata disposta la cessazione dell’erogazione degli assegni vitalizi e delle pensioni agli ex senatori condannati in via definitiva per reati di particolare gravità”.
Un regolamento che per le pensioni è praticamente identico anche per i deputati della Camera. E sopratutto uno sconto rilevante se si considera che, nel 2018, anno della scadenza naturale della legislatura in corso, la legge Fornero fissa a 66 anni e 7 mesi l’età pensionabile dei comuni mortali; e sopratutto un’iniquità vestita di cavilli e forma se si tiene conto che i coefficienti di rivalutazione dei contributi versati dai parlamentari sono di gran lunga più vantaggiosi di quelli previsti dalla riforma che porta il nome della ministra del Lavoro, famosa per aver pianto e distrutto il sistema pensionistico italiano ignorando deliberatamente i diritti acquisiti e i patti morali tra generazioni.
In un esaustivo articolo di qualche mese fa de Il Fatto Quotidiano veniva pubblicata un’interessante sintesi dell’iniquità: “Un deputato eletto nel 2013, quando aveva 27 anni, che cesserà il suo mandato nel 2018 senza essere riconfermato per il secondo, percepirà nel 2051 (a 65 anni) una pensione compresa tra i 900 e i 970 euro al mese, quando il 64,7% delle pensioni erogate in Italia è inferiore ai 750 euro/mese. Se, invece, l’onorevole eletto sempre nel 2013 a 39 anni, sarà riconfermato fino al 2023, con due legislature alle spalle potrà andare in pensione nel 2034 (a 60 anni) incassando circa 1.500 euro al mese. Entrambe le simulazioni, ipotizzano che i contributi accantonati nell’arco della carriera parlamentare dai due ipotetici deputati siano gli unici versamenti effettuati nell’intera vita lavorativa”.
Al di là del fatto in sé (il titolo dell’articolo di Latina Oggi) che è falso – il vitalizio non esiste più per i nuovi eletti del 2013, e sono sicuro che i senatori e i deputati lo sanno e il quotidiano, solo per necessità di sintesi giornalistica, ha utilizzato il termine errato -, è doveroso altresì ricordare che i nuovi regolamenti di Camera e Senato, stabiliti nel 2012, non debellano il virus del privilegio. E non mi riferisco all’odioso assegno di fine mandato che, a fine legislatura, sarà corrisposto a senatori e deputati: al termine del mandato, il parlamentare riceve dai rispettivi fondi (uno della Camera e l’altro del Senato) l’assegno pari all’80 per cento dell’importo mensile lordo dell’indennità, moltiplicato per il numero degli anni di mandato effettivo. Bensì, la mia trascurabile attenzione va verso altri aspetti che definirei intollerabili dal punto di vista politico e della giustizia sociale.
È bene fare una premessa: a gennaio pare che verrà depositato il testo di un provvedimento all’Ufficio della presidenza della Camera che prevede una buonuscita per i parlamentari anche laddove la legislatura si concluda prima del 15 settembre 2017, il che significherebbe per i parlamentari la perdita dei contributi fin qui versati senza avere diritto all’assurda pensione summenzionata che sempre di privilegio trattasi. Il senatore Vacciano propone, citando (si spera involontariamente) l’arte fasulla del compromesso, che questa buonuscita venga versata direttamente nelle rispettive casse previdenziali di ciascun parlamentare. Certo, si dirà, meglio così che una pensione per chi ha lavorato solo 4 anni e 6 mesi! Tuttavia, agli occhi di chi vede i portavoce (ed egli entrò come tale, salvo poi prendere altre decisioni) uno strumento dei cittadini per aprire il Parlamento come “una scatola di tonno”, la proposta è indigesta perché viene a patti con l’ennesimo contentino pro-casta che una classe dirigente di incapaci qual è quella renziana prova a fornire alle sue truppe in modo da rabbonire le ansie torbide dei professionisti degli scranni parlamentari in cerca di prebende e promesse per il futuro. Va detto che gli 8 deputati Pd (Sereni, Giachetti, Fontanelli, Rossomando, Miotto, Pes, Valente e Sanga), che hanno ipotizzato la buonuscita, insieme agli altri 5 colleghi della maggioranza dell’Ufficio di presidenza, avrebbero i numeri per far passare il provvedimento della buonuscita. Però è altrettanto lapalissiano che, per coloro i quali si sono sempre posti contro caste e privilegi, è inaccettabile sentir pronunciare frasi come quelle dette da Giuseppe Vacciano: “Stiamo studiando questa proposta alternativa con la collega Maria Mussini (espulsa dal Movimento) e la presenteremo all’ufficio di Presidenza del Senato dopo le feste. È un compromesso che potrebbe piacere anche a quelli che vogliono restare”. Con chi vuole restare per acquisire una pensione ingiusta non si fanno compromessi ma, piuttosto, si attuano forme di denuncia pubblica e, magari, si impiega il tempo a studiare una mossa per eliminare anche l’assurda buonuscita.
Qui non si tratta di abolire il vitalizio che è già stato abolito da Monti, ma di abolire l’assurdo privilegio di 50 mila Euro cash o in cassa previdenziale (come suggerito da Vacciano) a fronte di soli 4 anni e sei mesi di versamenti. Ora, ditemi voi, chi nel mondo – a parte i bonus di banchieri o manager di società di Stato o di istituti finanziari ecc. – dopo aver lavorato solo 4 anni e sei mesi, può maturare una pensione minima di più di 900 euro a partire dai 65 anni, in deroga a qualsiasi maledetta legge Fornero, o avere un bonus da 50 mila Euro che sia cash o da versare nella cassa previdenziale. Nessuno, ovviamente. Vacciano studia la proposta con la Mussini: se avesse voglia di essere dalla parte dei cittadini studierebbe un modo per abolire il privilegio dei 50 mila Euro, oppure per eliminare la pensione minima dopo 4 anni e sei mesi, ma non di certo la via per travasare 50 mila Euro nella cassa previdenziale di ciascun parlamentare. Un voltafaccia nei confronti di coloro che fanno fatica a versare i contributi – ormai milioni in Italia, e sopratutto giovani – e che, persino laddove dovessero contribuire regolarmente, andrebbero in pensione a oltre 70 anni (più generazioni) con una quota da fame che tanto vale non versare niente.
La riforma Fornero, infatti, come noto, ha innalzato per i comuni mortali l’età pensionistica di uomini e donne, stabilendo i requisiti per la “pensione di vecchiaia” (in base all’età anagrafica): minimo 20 anni di contribuzione e 66 anni di età per donne del pubblico impiego e uomini (Pa e privati), 62 anni per donne del settore privato (poi 66 anni e 3 mesi nel 2018), 63 anni e 6 mesi per donne lavoratrici autonome (che diventeranno gradualmente 66 anni e 3 mesi nel 2018).
Ha abolito la “pensione di anzianità” sostituita dalla “pensione anticipata”in modo che oggi (domani sarà di più) bisogna aver lavorato 41 anni e 3 mesi per le donne o 42 anni e 3 mesi per gli uomini. La riforma prevede un adeguamento periodico dei requisiti di pensionamento in funzione dell’allungamento della speranza di vita. La norma prevede l’aumento dei versamenti contributivi per una serie di categorie occupazionali: cui artigiani, commercianti, lavoratori agricoli e lavoratori autonomi. Senza contare i tagli che furono attuati alle rivalutazioni delle prestazioni pensionistiche che superavano tre volte il trattamento minimo e gli “effetti collaterali” di aver creato una nuova categoria di giustamente arrabbiati sociali: i tristemente noti esodati.

Ora, non è Vacciano a doversi sobbarcare questo compito, ci mancherebbe.
Vi sono depositate numerose proposte di legge alla Camera e al Senato che cercano di porre rimedio e si spera che sia il Movimento Cinque Stelle ad abolire per sempre questi privilegi.

L’articolo di Latina Oggi è funzionale per riflettere sul grado di lontananza dall’oggettività che il Palazzo può far raggiungere a persone sicuramente oneste e vieppiù responsabili di un atteggiamento corretto nei confronti del Paese che un termine sociologico definirebbe “reale”.
Lo stesso Movimento Cinque Stelle, nel Codice di Comportamento dei Parlamentari, prevede che ai portavoce sia corrisposto il trattamento pensionistico con sistema di calcolo contributivo, vale a dire la pensione minima di cui si è scritto fino ad ora e verso cui nessuno che elargisce da una vita a casse Inps, o afferenti a professioni ordinistiche o altro, senza la prospettiva di una pensione degna, può ritenere giusta.
Il compito è duro, valendo in essere degli impedimenti di carattere costituzionale, ma è importante che non si perda di vista la propria origine anche nel caso in cui si è stati eletti con i voti del Movimento e preso altre strade autonomamente e sbagliando gravemente con ripercussioni di carattere politico per la città e la provincia di Latina, con l’aggravante di un Porcellum che è l’antitesi del merito per ciascuno degli eletti.
Nessun cittadino, dopo una legislatura così scadente, con parlamentari scelti e votati da alcuno, ha desiderio di ascoltare forme mediocri di conciliazione.

L’Italia è un Paese ingiusto per tanti motivi, le riforme pensionistiche più recenti, da Dini a Fornero, l’hanno resa ancor di più iniqua. Non aggraviamo l’ingiustizia con uscite fuori luogo che non tengono conto di milioni di cittadini che lottano e sperano tra contributi Inps predatori, rinunce e sacrifici non degne di un Paese civile.