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MAIETTOPOLI È TORNATA

Ci volevano le dichiarazioni del Premio Strega Antonio Pennacchi per far sì che l’onorevole Maietta – che piaccia o meno rappresenta il territorio pontino nel Parlamento – si prodigasse in una difesa personale che ha mescolato il surreale e il patetico mai assente nel Paese del melò. Il riferimento ai propri figli (peraltro mai nominati da chi lo critica, ci mancherebbe), poi, impasta il tutto di una dose che sembra inoculata da una rediviva Filumena Marturano donando al contesto una lacrima sul viso.

Buttare la palla nel campo degli affetti, infatti, è un meccanismo da social molto abusato: è sufficiente una frase in ricordo di, o un accenno al “tengo famiglia”, che i “like” (il nuovo imperativo dell’ordine mondiale!) esplodono e i baci perugina si sprecano. Esemplificativo il commento al post da parte di Tripodi Angelo Orlando – “capisco pienamente il tuo sfogo e il tuo dolore nel dover lasciarla (si riferisce a Latina) per difendere i tuoi Amati figli” -, un altro politico locale che, dopo diversi volteggi, è approdato a Pirozzi (il nuovo chirurgo maxillo facciale di politicanti in cerca di plastiche), ma che ha almeno il pregio intellettuale (si fa per dire) di schierarsi dalla parte di Pasquale Maietta. Mentre il cosiddetto establishment pontino politico e non, citato da Maietta, tace all’ombra della linea della palma.

Il “ticket” Pennacchi-Maietta alimenta, involontariamente o meno, quanto di peggio vi sia nella cultura della legalità di questa città con riverberi stonati su tutta la provincia di Latina che, già ammalata di corruzione e mafia, non aveva proprio bisogno di queste ultime sparate.

L’onorevole di Fratelli d’Italia ci offre la sua personale lettura delle frasi di Pennacchi (“la città ha accettato la perdita della Serie B senza fiatare per colpa dei poteri forti. È stato anche un problema di pregiudizio razziale per Maietta perché è nero e l’altro perché è zingaro”) rammaricandosi del fatto che, invece di “discutere con un dibattito sociologico” (sic!) intorno al solenne interrogativo posto dallo scrittore (“Perché, a differenza di tutte le altre città d’Italia l’establishment di Latina non ha fatto nulla per impedire la scomparsa della squadra di calcio dalla serie B?”), qualcuno (il blog Latina 5 Stelle, Latina 24ore, il Messaggero e, parzialmente, un editoriale di Latina Oggi) ha osato, nel silenzio generale della politica pontina, scrivere due righe per rispondere ad alcune affermazioni, quelle dello Strega, che sono eufemisticamente fuori luogo. Tanto per rimanere sul velluto.

L’ex Presidente del Latina Calcio, nella sua articolessa, ammonisce i polemici dicendo che ha lasciato il Latina Calcio nel momento delle inchieste, dimenticandosi che ha ceduto la società in condizioni pessime, e a un passo dal fallimento (che poi infatti si è concretizzato), a una cordata che se fosse stato un film di Risi o Monicelli avrebbe almeno strappato ai tifosi e alla città qualche risata. Non da solo, intendiamoci: a quella cordata mista di anziati e lapponi aveva dato credito anche qualcuno di quell’establishment pontino che Maietta richiama nel suo post e, sopratutto, l’ex Presidente della Lega Nazionale Professionisti Serie B Andrea Abodi che si scomodò per venire a Latina e offrire a Benedetto Mancini&Co il suo benevolo augurio. Che poi, Abodi, sia rimasto nel ruolo di presidente di B Futura, “il progetto attraverso il quale la Lega Nazionale Professionisti B fornisce a club ed altri stakeholder (Amministrazioni locali, Sgr ed investitori privati) gli strumenti necessari per la realizzazione e la riqualificazione di impianti sportivi”, conferma la determinazione dell’uomo in un Paese dove gli stadi, che sarebbero di sua competenza almeno per la serie cadetta, sono i peggiori d’Europa (ormai ci stanno superando anche quelli dell’est).

Maietta affila la penna snocciolando cifre di debiti, entrate, e ribadendo di aver elargito milioni di Euro per la causa, sfidando “qualsiasi azienda locale con pari volume di affari ad una comparazione di bilancio”.

Peccato che una volta che i due curatori fallimentari Vincenzo Loreti e Luca Pietricola si insediarono a marzo del 2017 (Maietta lasciò a dicembre del 2016), esordirono con affermazioni di tutt’altro tenore: “Quando siamo arrivati qui, in cassa c’erano 56 euro. In seguito ad un’intuizione notturna del del Dottor Loreti, venerdì mattina siamo venuti a verificare anche se gli impianti sportivi fossero coperti o meno dall’assicurazione per responsabilità civile. Abbiamo scoperto che entrambi erano scoperti, sia il Francioni non aveva la copertura assicurativa da febbraio, sia la Ex Fulgorcavi dove si svolgono regolarmente gli allenamenti e svolgono le partite i ragazzi del settore giovanile. Non c’erano neanche le polizze e non sapevamo nemmeno a chi telefonare per capire quali potessero essere i costi”. E chissà se Pietricola e Loreti facciano parte dei poteri forti o siano semplicemente dei razzisti nei confronti del “nero” e dello “zingaro”. Al dibattito sociologico l’ardua sentenza.

I deferimenti preannunciati dai curatori fallimentari – la non corrispondenza di emolumenti; le ritenute Irpef, i contributi Inps; il procedimento relativo a collegamenti tra tesserati e personaggi della malavita – arrivarono irrimediabilmente dando seguito anche ad inibizioni.

Furono deferiti, in due procedimenti distinti, Pasquale Maietta (Amministratore e legale rappresentante pro-tempore), Antonio Aprile (Amministratore e legale rappresentante pro-tempore) e Fabrizio Colletti (Direttore Generale e legale rappresentante pro-tempore) “per aver violato i doveri di lealtà probità e correttezza, per non aver corrisposto, entro il 18 aprile 2016, gli emolumenti dovuti” e “per aver violato i doveri di lealtà probità e correttezza, per non aver corrisposto, entro il 18 aprile 2016, le ritenute Irpef e i contributi Inps” ai propri tesserati, lavoratori dipendenti e collaboratori addetti al settore sportivo.

Fu inibito per 4 mesi Pasquale Maietta a causa dei rapporti con Costantino “Cha Cha” Di Silvio, dopo che la Procura federale aveva così sostenuto, tramite il suo Procuratore Giuseppe Pecoraro, durante un’audizione all’Antimafia del Parlamento: “Abbiamo aperto un provvedimento disciplinare nei confronti della società Latina e dell’ex presidente Pasquale Maietta. Oltre all’allenatore Mark Iuliano ed a due giocatori. La protezione era di tale Costantino Di Silvio detto Cha Cha. Vi era una frequentazione da parte dei giocatori con il Di Silvio e questo decideva chi dovesse entrare in curva, addirittura. Ci sono violazioni dell’articolo 1 bis del codice di giustizia sportiva, i giocatori si sentivano protetti da tale Di Silvio, organico alla criminalità organizzata”.

I giocatori Alessandro Bruno e Marco Crimi furono prosciolti, lui, Pasquale Maietta, no.

Dunque dire come fa Maietta che, in fondo, alcuni milioni di Euro sono stati pagati, non emenda dal fatto che la giustizia sportiva ha già reso il suo contributo alla vicenda certificando che non tutto è stato pagato, per non parlare poi dello stato di decozione descritto dal curatore Luca Pietricola, e dei canoni dello Stadio Francioni e della Fulgorcavi che, nonostante un accordo con l’ex commissario prefettizio Barbato, non furono mai corrisposti nelle casse dell’ente comunale. Per amor di sintesi, inoltre, non sarà in questa sede che si ripercorreranno (lo abbiamo fatto più volte) le vicende di un gruppo banditesco che la faceva da padrone nella curva e nella sede dei tifosi dell’Us Latina Calcio.

Dal momento che l’onorevole Maietta non intende entrare nel merito delle sue vicende processuali, ci si asterrà dal farlo anche perché, altrimenti, considerato che il deputato parla di intercettazioni, si dovrebbero snocciolare tutte quelle in cui il comportamento del politico preferito di Pennacchi non è stato proprio adempiuto, come da dettato costituzionale, con disciplina e onore. In una di esse, ad esempio, l’ex presidente del Latina Calcio, nonché ex assessore al Bilancio del Comune, pretendeva dal dirigente comunale Nicola Deodato (indagato in Olimpia) che fosse installato un gruppo elettrogeno allo Stadio Francioni, tanto è che, in un’altra conversazione, un altro dirigente del Comune Rino Monti, coinvolto anch’esso in Olimpia, diceva a chiare lettere rivolgendosi a Nicola Deodato: “Mò parlamoce chiaro..ehh Nicò, questo ovviamente il gruppo elettrogeno è una cosa de gestione ordinaria cioè dovrebbe spettà alla società..mò parlamoce chiaro mo che si sò abituati bene è n’altro discorso questo”.

Ecco, forse, “si sò abituati bene”, come diceva Rino Monti, o sarebbe meglio dire che si erano tutti, ma proprio tutti, abituati bene, e probabilmente vogliono continuare ad essere abituati bene puntando sulla scarsa memoria di una città che, per di più, si vorrebbe dipingere come “razzista” o incapace di reagire a fantomatici poteri forti al cospetto di un quadro da brividi.

Per Maietta aver pagato le imposte, i contributi, le necessarie adempienze per le iscrizioni ai vari campionati professionistici dovrebbe emendarlo dal non aver pagato contributi, emolumenti, canoni e aver intrattenuto rapporti con un appartenente alla criminalità locale. Quanta poca riconoscenza da questa città razzista e supina ai poteri forti! Però, un giorno, magari, ci spiegherà perché Cha Cha, condannato a dieci anni in Don’t Touch, viene ora descritto da lui come un semplice magazziniere, “senza capacità tecniche, culturali ed economiche per un ruolo gestionale”, eppure proprietario, insieme a Gianluca Tuma, dei marchi verbali e figurativi del suo Latina Calcio. E, magari, spiegherà a se stesso e a Pennacchi che le società di calcio falliscono ovunque in Italia, purtroppo, ma la ragione è ascrivibile a tante cause escluse quelle lunari di fanatismo razziale e complotti pluto massonici.

Tra i commenti di approvazione al post di Maietta ce ne sono alcuni di personaggi coinvolti in Don’t Touch, e addirittura quello dell’ex Presidente di un altro Latina calcio, fallito nel 1996 (la storia dei Latina Calcio è lastricata di fallimenti), Roberto Papaverone, il quale auspica che i processi (quelli veri) siano celebrati. Commenti in cui si dice a Maietta di volare alto, di “non ti curar di lor…” scomodando Dante Alighieri, e ci si adopera nell’immancabile attacco alla magistratura, nella condanna degli innocenti (la gogna mediatica!), nella cattiva opinione pubblica che sarebbe invidiosa e piena di falliti. Insomma, tutto il prontuario di impunità e amnesia buono per l’uso.

Dal partito Fratelli d’Italia, sia a livello nazionale che locale, neanche una sillaba sulla vicenda dei suoi ex leader Maietta e Di Giorgi. Anche se da pochi giorni si è scoperto che Fratelli d’Italia ha una commissione di disciplina. Non è uno scherzo anche se sembra una barzelletta. Dario Cologgi, in corsa ad Ostia come consigliere di municipio nella lista “Fratelli d’Italia per Picca presidente”, è stato deferito alla commissione disciplinare dal partito della Meloni per aver commentato, qualche tempo fa, sotto un post di Roberto Spada. Sappiamo, ora, che, nell’etica dei fratelloni d’Italia, un commento va punito, mentre frequentazioni certe con un appartenente a un clan (Di Silvio) molto vicino agli Spada, se ti va bene, “ti costringono” a rimanere tesoriere del gruppo parlamentare di Fratelli d’Italia (solo recentemente Maietta è stato sostituito in questo ruolo, sebbene non abbia avuto mai alcun deferimento, sospensione, sibilo dal suo partito).

Su una cosa, però, ha ragione l’onorevole. Sarà sicuramente vero che l’amicizia tra lui e Cha Cha era caratterizzata anche “dalla goliardia e dal gioco” (sperando che non troverà goliardiche le associazioni per delinquere, le estorsioni, lo smercio di droga, le usure, le armi, i proiettili verso l’auto di un magistrato), ma è altrettanto vero che “tanti notabili della città”, come sostiene Maietta, avevano rapporti con Costantino Cha Cha Di Silvio. E il silenzio delle classi intellettuali, politiche, economiche sulla criminalità pontina, sugli intrecci tra essa e la politica, a parte rarissimi casi di denuncia pubblica, è lì a comprovarlo.

Latina: il Premio Strega e il calcio ai tempi del razzismo

“Sono bloccato sul definire il rapporto che c’è tra calcio e città, sto studiando a riguardo. Ma quello che è accaduto ultimamente non mi è piaciuto, la città ha accettato la perdita della Serie B senza fiatare per colpa dei poteri forti. È stato anche un problema di pregiudizio razziale per Maietta perché è nero e l’altro perché è zingaro”.
 
Queste sono le parole che ieri (10-11-2017), al Circolo Cittadino di Latina, sono state pronunciate nel suo accorato intervento dal Premio Strega Antonio Pennacchi.
L’ambito era quello della lodevole iniziativa culturale denominata “Il potere alle storie” che è in corso in questi giorni e che intende presentare, prevalentemente, alcune opere con al centro i temi dello sport e del calcio in particolare.
 
Da ieri, abbiamo la conferma che l’intellettuale di punta della nostra città, lo scrittore che ci rappresenta nei media nazionali, ritiene che inchieste, processi, articoli, opinione pubblica siano ammalati di razzismo contro Pasquale Maietta e Costantino Cha Cha Di Silvio. Una torma di paranoici e fighetti (come il celebre scrittore ebbe a definire coloro che si occupano di criminalità a Latina), compresa la Commissione Antimafia del Parlamento, animati da una sorta di suprematismo della razza bianca ai danni di neri e sinti/rom.
 
Mi era già capitato di avere uno scambio di battute su un sito locale col celebre Premio Strega che definì un mio articolo sul clan Ciarelli/Di Silvio e il processo Caronte di essere razzista, al limite del nazismo. Ecco perché le dichiarazioni di ieri non mi sorprendono affatto.
Senza contare che lo stesso Pennacchi si palesò al fianco dell’ex Presidente del Latina Calcio, di fronte allo Stadio Francioni, difendendolo da attacchi politici insieme a un gruppo di tifosi del Leone Alato.
 
Lo Strega pensa intimamente che la criminalità a Latina sia al massimo uno sport da salone di intellettualoidi – quale, poi, se a parlare di criminalità qui a Latina siamo in quattro gatti, al massimo è un tinello -, dove, ad esempio, Carlo Maricca diventa un cowboy isolato, una figura romantica (nonostante sia stato coinvolto in indagini per rapine e omicidi), e Cha Cha un onesto uomo che ha la colpa di essere uno zingaro e di vivere in una città razzista.
 
Chi parla di criminalità, chi prova ad approfondire con l’umiltà di guardare ai legami tra la nostra città e altre realtà che vanno da Ostia sino alla Sicilia (e per la verità che, direttamente o indirettamente, si spingono al Nord Europa e viaggiano sino in Sudamerica) non lo fa per vezzo poiché va di moda parlare come Saviano o perché ha accesso a qualche club segreto pontino affiliato al Ku Klux Klan. Lo fa perché ha ragione di esistere il fatto che Latina, la cosiddetta seconda città del Lazio, è stata ed è tutt’ora un crocevia dirimente per la criminalità di ogni genere e tipo, senza contare i clan autoctoni.
 
Sommessamente suggerisco al Premio Strega di dare uno sguardo non tanto agli atti processuali degli ultimi 20 anni, ma almeno una sfogliata alle ultime relazioni dell’Osservatorio per Legalità e Sicurezza della Regione Lazio che, lo rassicuro, non è retto da un paranoico grillino, né da un intellettuale col caviale e le manie gomorristiche, ma da un Presidente che è stato nominato dal PD, partito che bene o male ha la considerazione dello Strega. Sempre fatta salva la sua innata passione politica per Pasquale Maietta definito da Pennacchi come l’unico politico in grado di fare nella città pontina.
 
Certo, era ancora ignota la passionaccia di Pennacchi per Cha Cha che, a detta sua, è vittima di un pregiudizio razziale; che poi sia stato coinvolto in inchieste, processi in cui campeggiavano associazione per delinquere, usura, spaccio, estorsioni e che sia stato il mandante di un attentato intimidatorio contro l’automobile del magistrato Nicola Iansiti, questo deve essere un dettaglio che un comune mortale come me non può comprendere mentre uno Strega che vede i grigi e non è un manicheo razzista può.
 
Dunque, siamo razzisti. Razzisti contro un uomo dalla pelle nera che, in questa Latina molto simile alla Lousiana dell’800 secondo l’elucubrazione di Pennacchi, ha dovuto scontare la pena dell’emarginazione: è entrato in politica nel 2007, nelle fila di AN, risultando il più votato con oltre 1000 voti, nonostante l’apartheid pontino lo condannasse all’isolamento.
 
Sebbene bersagliato da attacchi uncinati, il povero Maietta è riuscito a diventare assessore al Bilancio del Comune di Latina e, dopo aver sventato una rappresaglia ardeatina, è arrivato persino a ricoprire, dal 2013, la carica di deputato della Repubblica, sfiorando, l’anno dopo, lo scranno di parlamentare europeo. Con valanghe di voti da parte di cittadini che hanno sfidato orde di mefistofelici segregazionisti, tutti insieme contro l’uomo nero.
 
Ma le sventure dell’onorevole Maietta, oppresso da fanatismo e delazione, continuano perché, a detta di Pennacchi, il suo Latina Calcio è stato vittima dei poteri forti. Talmente vittima di poteri forti e oscuri che il corrispettivo al maschile di Rosa Parks, l’onorevole Maietta, fortunatamente ebbe in soccorso un uomo dei servizi segreti, trapiantato al Comune di Latina come capo di gabinetto ai tempi di Di Giorgi, Gianfranco Melaragni, che gli suggerì di presentare (e che poi scrisse) un’interrogazione parlamentare contro l’ex Questore De Matteis, reo di aver mosso dubbi sulla gestione del Francioni e del Latina Calcio.
Notoriamente i servizi segreti e un capo di gabinetto di un Comune fanno parte dei poteri deboli, mentre i poteri forti erano tutti contrari al nero di Latina, al suo amico gitano e a tutta la politica pontina e nazionale a marchio Fratelli d’Italia-Centrodestra (Maietta è stato anche tesoriere alla Camera dei Deputati per il gruppo parlamentare di FdI), povere pecorelle al cospetto di egemonie intolleranti con il vizio delle leggi razziali.
 
Il Premio Strega dimentica, preso dalla sua ansia di combattere per i più deboli (Cha Cha e Maietta), che il Latina Calcio prima del fallimento della società dell’onorevole, veniva da ben altri due fallimenti. Non degni, però, dell’indignazione e della denuncia di Pennacchi: lì i poteri forti erano assenti sebbene solo col Latina Calcio di Maietta ci fossero questori e sindaci in tribuna d’onore a rendere omaggio al piccolo fiammiferaio recluso. Poteri debolissimi, non c’è che dire.
Inoltre, a fallimento in corso, il Latina Calcio di Maietta ha visto un capitano di ventura venire nella nostra città, a capo di una cordata tra Anzio e la Finlandia con il benestare dell’allora Presidente di Lega B Abodi (notoriamente un potere tenue), e umiliare ancor di più una storia che, per lo più, è fatta di passione e tifo ma che, evidentemente, era stata insozzata da un vero e proprio clan (Don’t Touch). Non sarà che il calcio, lo chiedo umilmente al Premio Strega, qui a Latina, come in molte parti d’Italia, è il terreno di scorribande per un’economia creativa e spesso legata a presenze oscure?
 
Beh, do una notizia al Premio Strega, io, e non solo, facciamo parte dei poteri forti. Abbiamo distrutto la carriera politica e sportiva del nero e dello zingaro perché animati da un enorme desiderio di rivalsa bianca. Siamo razzisti non contro l’illegalità e il crimine organizzato, bensì contro l’Africa, i Rom, i Sinti e i Caminanti in genere.
 
La verità è che di questi temi – gli intrecci tra calcio, politica e criminalità -, il gruppo di attivisti di Latina di cui faccio parte ne ha parlato e ne parla da anni. Lo abbiamo denunciato da sempre, in tempi non sospetti, in tutte le forme possibili e immaginabili, e adesso che qualcosa, solo qualcosa (sia beninteso), è uscito fuori tutti sapevano e tutti denunciavano. Ciò non è vero. A parlare di questi temi eravamo in pochi, e tra poco, dopo l’ondata piuttosto mediatica di Don’t Touch, saremo di nuovo in pochi. Anzi, pochissimi. La vera emarginazione è stata ed è questa.
 
Ringrazio chi, ieri, durante il convegno, ha trovato la dignità di eccepire di fronte a tali dichiarazioni dello Strega. E in particolare il giocatore di calcio Ruben Olivera e il giornalista Vittorio Buongiorno che qualche minaccia discriminatoria e intimidatoria l’ha subita.
Mi perdonerà il Premio Strega se gli offro un altro consiglio: dal momento che dice di essere bloccato sul definire il rapporto che c’è tra calcio e città, cominci pure a studiare il rapporto che c’è tra calcio e politica. Una dritta gliela do: il marchio figurativo e verbale dell’Us Latina Calcio del suo martire Maietta appartenevano all’As Campoboiario di Tuma e Cha Cha.
Altro che poteri forti!

ESISTE UNA MAFIA A LATINA? – Parte II

Dopo la prima parte di “Esiste una mafia a Latina?”, nella seconda parte verranno raccontati, nello specifico, i guai giudiziari (e non) di Gianluca Tuma che lo hanno visto, se si esclude il processo Don’t Touch, prosciolto per prescrizione, assolto o neanche indagato.

“A volte basta omettere una sola notizia e un impero finanziario si accresce di dieci miliardi; o un malefico personaggio che dovrebbe scomparire resta sull’onda; o uno scandalo che sta per scoppiare viene risucchiato al fondo” – Giuseppe Fava, da “I Siciliani”, 1983.

Si deve essere coscienti che una mafia, una struttura gerarchizzata che crea assoggettamento nel territorio non può essere la mente di un individuo ma, invero, è il risultato di un ambiente, sociale ed economico, unito alle attitudini di tante personalità. Attitudini che non hanno nulla di lombrosiano (non vi è un Dna che condanni un uomo a delinquere sin dalla nascita), ma che si generano dall’ambiente in cui entrano a contatto.

Prendere a prestito la vicenda di un solo uomo non è un accanimento: un solo uomo ha rapporti, amicizie, progetti criminali o imprenditoriali che riescono a descrivere una realtà nella sua completezza. In questo caso serve a comprendere cosa significhi, a Latina, e in Italia, seguire un tragitto che conduca determinati uomini, legati a clan e banditi, a lasciare dietro di sé la strada, e a immettersi nel mondo dell’imprenditoria più o meno legale. Dalla strada all’ufficio, il percorso può essere lungo e pieno di ostacoli per chi vuole mimetizzare la sua caratura criminale e metterla al servizio degli affari veri (appalti, investimenti ecc.). Questo vale ed è valso a Palermo, a Roma, a Milano, a Reggio Calabria ecc. Ed è valso, vale e varrà anche a Latina.

Durante il processo di primo grado di Mondo di Mezzo (o Mafia Capitale), il pm romano Giuseppe Cascini, in dibattimento, ha descritto il percorso dell’associazione di Carminati-Buzzi come fosse un concetto matematico, una vera e propria funzione esponenziale che li avrebbe portati da una pompa di benzina fino agli uffici del Sindaco di Roma.

Non è molto diverso per alcune delle menti più “raffinate” della criminalità pontina.

LE SCORIE DELLA GAVETTA

Prima di fare il salto di livello, o almeno di tentare di farlo, stando ufficialmente alla larga da traffici di droga o dai reati spia più comuni alla criminalità, Gianluca Tuma ha dovuto affrontare alcuni processi e diversi episodi giudiziari e affini (dove, almeno in un caso, non è stato neanche indagato) che rischiavano di ostacolare la sua ascesa all’imprenditorialità più importante.

Per dirla con Carminati, prima di venire a contatto col mondo di sopra, esiste una gavetta da affrontare.

Al netto degli episodi minimi come la rissa durante una partita del suo As Campoboario e altro, i processi più significativi che connotano il modus operandi del personaggio di questa storia sono afferenti a ipotesi di reato tipici della criminalità. Processi che
sono finiti in un nulla di fatto tra prescrizioni e assoluzioni, escluso il processo Don’t Touch dal quale ha ricavato una condanna a tre anni e quattro mesi per un reato da colletto bianco a fronte degli altri co-processati che sono stati condannati per altro tipo di reati, quelli che comunemente vengono riconosciuti come reati fine “propedeutici” a una associazione per delinquere tradizionale: spaccio, lesioni, minacce, estorsioni eccetera.

Gli avvenimenti che lo hanno invece coinvolto senza per questo essere sfociati in un processo si riferiscono alle minacce nei confronti del giornalista Vittorio Buongiorno de Il Messaggero (episodio inserito nel secondo filone di Don’t Touch, il cosiddetto Don’t Touch 2), e lo scandalo degli appalti Enac (non risulta indagato) dove fu arrestato uno dei suoi amici più importanti, forse quello più importante per permettergli il salto di livello, Massimiliano Mantovano, l’uomo con cui è entrato nel mondo degli appalti e degli investimenti di un certo peso, lontano dalla nomea di “zingaro” con cui molti, a Latina, lo appellavano dispregiativamente pur non essendo di origine sinti (etnia di per sé da rispettare).

Dicembre 2001

La vicenda è quella dell’estorsione ai danni del panificio dei signori Locarini, Alberto e Francesco, i quali avrebbero voluto vendere la loro attività a un altro soggetto, Ferdinando Di Genova. Dopo sedici anni di indagini e processo al seguito, vi è stato un proscioglimento dalle lesioni per intervenuta prescrizione e un’assoluzione per Tuma dall’accusa di estorsione.

Tuma e il suo sodale Di Pofi avevano il desiderio di far saltare la compravendita Locarini-Di Genova poiché interessati al panificio: un modus operandi che, qualche anno più tardi, si ripeterà per l’episodio dell’asta riguardante il capannone sulla Migliara 45 in cui furono coinvolti i politici Pastore, Carnevale, oltreché a Tuma medesimo e ai suoi amici.

Come per molti degli episodi di estorsione o usura, spesso la vittima o le vittime entrano in contatto con il proprio carnefice, stabilendo, in taluni casi, rapporti di frequentazione forzata. Abitualmente, è la stessa vittima a farsi andare bene alcuni comportamenti del possibile carnefice, mentendo a se stesso sul fatto che tutto sommato quella è una brava persona e il rapporto è improntato sul rispetto.

Tale vicenda è venuta alla luce grazie alle denunce querele di Di Genova per minacce e intimidazioni verso ignoti, e alla denuncia di Locarini contro Tuma&Co. Ipotizza. però, la Polizia che il Tuma abbia fatto ritrattare i Locarini, e i fatti logici e causali della storia, in effetti, non portano a escludere tale ragionamento.

I fatti

Di Genova è colui che aveva acquistato il panificio, Pane, pizza e dolci, dai Locarini. I Locarini, minacciati, dicevano al Di Genova: “Gianluca vuole il locale con le buone o con le cattive”.

Tuma e suo fratello Gino Grenga picchiarono con un matterello e una stampella il Di Genova per farlo desistere dall’acquisto del forno. Di Genova denunciò i due all’ospedale ma il giorno dopo ritrattò dicendo di aver sentito solo “Eri stato avvisato”, e dichiarandosi, per di più, incapace di ricostruire il quadro.

Negli stessi giorni fu picchiato anche Alberto Locarini da Grenga, Tuma e Di Pofi.

L’interesse di Tuma per i panifici era antico. Da anni, attraverso la società Tecnicom srl, gestiva due rivendite di pane, Dolce Forno a Via Isonzo, e un’altra attività in via Cesare Augusto.

Il modo in cui avvengono i fatti ricordano molto un sistema di estorsione/aggressione tipici di un’azione rodata – capita che si parli di estorsioni senza che si conoscano nel dettaglio le “tecniche”, poiché un’estorsione, compiuta da chi ne ha esperienza, non è semplicemente ottenere con la forza qualcosa che si desidera, ma si presuppone che abbia un contorno e una preparazione che non hanno nulla di improvvisato e che servono a mettere all’angolo la vittima impedendogli di reagire.

Così avviene

Cha Cha contatta Alberto Locarini e gli dice che Tuma vuole incontrarlo. Aggiunge che la compravendita tra il figlio e il Di Genova non s’ha da fare. Locarini ribatte che non fornirà il pane a Tuma perché questo non paga. Dopodiché arrivano Tuma, Grenga e Di Pofi e lo picchiano. Cha Cha accompagna Alberto a casa e questo viene portato all’ospedale dal figlio Francesco.

C’è un falso amico, in questo caso Cha Cha, che attira a sé la vittima: si finge essere dalla parte di quest’ultima, simula il ruolo del mediatore di una controversia, ma in realtà gioca il ruolo dell’esca: se il pesce-vittima abboccherà nessuno si farà male, altrimenti si procederà allo strascico. Un agire che ricorda le più tipiche delle estorsioni come, per esempio, quella che ha visto tratti in arresto recentemente Agostino Riccardo, Samuele e Pupetto Di Silvio, e il figlio di Cha Cha Renato Pugliese da cui deriverebbe la sua collaborazione con la magistratura.

Gli esiti

Il gip, a novembre del 2001, dispose l’arresto per il trio Tuma/Di Pofi/Grenga (confermato dal Riesame). Al contempo, però, Di Genova decise di lasciare la sua attività di panificio a favore di Tuma dopo essere stato minacciato e pestato.

Il fatto si ridimensionò anche a causa della remissione delle querele e delle dichiarazioni di Di Genova al difensore di Tuma, molto tenui se confrontate alla prima denuncia. L’ufficio Gip di Latina, nel 2002, nel respingere l’istanza per trasformare il carcere in domiciliari, stabilì che il Di Genova ridimensionando l’accusa aveva fornito una prova di inverosimiglianza tra le ultime dichiarazioni e le minacce/lesioni ricevute. Di Genova arriva per di più a dire: “Se fossi andato via e non lo avessi provocato con quelle parole minacciose lui se ne sarebbe andato senza nemmeno sfiorarmi”, la qual cosa appare una vera e propria testimonianza di sottomissione, molto simile a una sindrome di Stoccolma obbligata o alla reazione di una vittima di stupro che non riesce a liberarsi dell’artefatto senso di colpa indotto da una società maschilista.

Anche il Riesame di Roma che riformava la misura, nel 2002, descriveva il Tuma come socialmente pericoloso e negligente nel presentarsi in Questura come prescrittogli.

Per questo processo, Gianluca Tuma non si fece mancare, per la sua difesa, un avvocato di grido come Carlo Taormina.

Alla fine, cadute le accuse, sarebbe stato Locarini a chiedere al Tuma di comprare il forno come fosse un piacere fatto ad un amico la cui attività rendeva poco.

Ottobre 2005

La vicenda coinvolge l’ex consigliere provinciale di Latina Giuseppe Pastore (che denunciò Tuma), l’attuale consigliere comunale del PD Massimiliano Carnevale (all’epoca dei fatti consigliere comunale e collega di partito nell’Udc dello stesso Pastore), Cha Cha, Davide Di Guglielmo e Giampiero Di Pofi.

I fatti

Pastore dichiarò di aver subito delle intimidazioni atte a farlo desistere dalla presentazione di offerte nell’ambito dell’asta di un immobile uso artigianale sito a Borgo San Michele (LT), in Via Migliara 45, che costituiva parte del complesso aziendale del panificio dell’esecutivo Giovanni Pedà (un cognome che apparirà in seguito quando si approfondiranno le società di Tuma).

Tuma voleva il capannone perché, già prima dell’asta, aveva effettuato lavori di ristrutturazione del capannone sapendo, probabilmente, di poterlo ottenere a poco prezzo.

Dopo le intimidazioni, il capannone del deposito aziendale della Iride Multiservizi di Pastore fu incendiato. Secondo Pastore, che sospettava il notaio dell’asta per la fuga di notizie riguardo al suo interesse per l’immobile di Via Migliara 45, egli stesso fu raggiunto da Carnevale, Di Guglielmo e Di Pofi che gli dissero di desistere dall’asta. In particolare, a quanto riportò l’ex consigliere provinciale, Carnevale gli disse: “Se vuoi vivere tranquillo, se non vuoi avere problemi devi abbandonare l’asta”. Pastore non accettò di farsi da parte e poco dopo fu raggiunto nei suoi uffici in Provincia di Latina da Tuma, Cha Cha e Di Pofi. Dopo diverse intimidazioni, Pastore perdette l’asta che fu vinta da Finolim srl appartenente al sistema di società di Tuma i cui prestanome erano la moglie e il suocero.

A dare sostanza al racconto di Pastore, c’è anche la testimonianza di un altro artigiano che avrebbe voluto l’immobile ma che desistette poiché era desiderato dallo “Zingaro”, ossia Tuma.

Il fatto che la collaboratrice del notaio che riceveva le proposte di acquisto chiamasse Giampiero Di Pofi denota che questo potrebbe essere stato un sistema collaudato imperniato nei rapporti tra asta/notaio/parti interessate. Nelle intercettazioni dell’indagine, scorrendo i contatti telefonici del gruppo Pedà/Di Pofi/Cha Cha/Contarino (la collaboratrice del notaio), Tuma non compare mai e quando si vuole raggiungerlo si deve passare dal telefono della moglie. Il bonifico per l’acquisto del capannone fu versato dalla MA.ST srl del fratello di Massimiliano Mantovano.

Gli esiti

Il pm chiese la custodia cautelare per gli indagati, e per Tuma il carcere. Il gip negò la misura, pur sostenendo che il quadro indiziario era solido: turbata libertà degli incanti, estorsione aggravata; solo, e in più, per Tuma incendio doloso.

Il pm si appellò e ottenne dal Riesame di Roma l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria degli indagati. Il Collegio romano riconobbe lo spessore criminale del gruppo non trascurabile. La Cassazione annullò con rinvio questo provvedimento per difetto di notifica a Tuma/Cha Cha/Di Pofi. Il secondo rinvio al Tribunale di Roma accolse come nel primo appello tutto l’impianto confermando il quadro accusatorio. Il procedimento si concluse nel 2015 con l’assoluzione per l’estorsione aggravata, e l’intervenuta prescrizione per l’incendio doloso e la turbata libertà degli incanti. Il Tribunale ritenne il Pastore non proprio credibile, ma disse che c’erano elementi di dubbio su tutta la vicenda: il Pastore è stato avvicinato, ma non si configura il reato con certezza.

Canis canem non est (Cane non mangia cane)

Nell’ambito del provvedimento della DDA nel gennaio del ’97 (vedi prima parte del reportage), quando arrestarono Tuma/i Fratelli Giordano/Berlioz/Mario Baldascini/Feola/Cha Cha, Antonio Di Silvio ecc., si legge che nel ’91 Pastore e il fratello furonoCane mangia cane estorti da Berlioz e Carmine Ciarelli. Ciarelli e Berlioz chiesero ai fratelli Pastore 150 milioni di lire minacciandoli e esplodendogli in faccia alcuni colpi di pistola. A quanto riporta un’informativa, le vittime, i Pastore, fecero cessare le minacce grazie all’intervento di Pasquale Galasso, legato a gruppi camorristici, e capo dell’omonimo clan.

 

 

Settembre 2006

La vicenda è quella dell’ex capo della Squadra Mobile di Latina, Fabio Ciccimarra, che fu aggredito insieme ai suoi collaboratori Spinelli e Pezza dentro le mura della Questura.

I fatti

Tuma, Di Pofi e Giovanni Giordano si erano recati in Questura per conoscere la situazione del figlio di Cha Cha, Renato Pugliese, coinvolto nell’altrettanto nota storia del locale “Makkeroni” dove, in seguito a una colluttazione, il titolare del locale Vincenzo Bruzzese morì di “crepacuore”.

Seduti alla scrivania del poliziotto, dopo che erano stati invitati da Ciccimarra nei suoi uffici per avere qualche informazione su Cha Cha e il figlio nel frattempo irreperibili, Tuma e Di Pofi diedero vita a uno degli episodi più inquietanti che la città ricordi: il capo della Mobile, infatti, fu colpito con una testata dritta in faccia.

Gli esiti

I due furono condannati in primo grado per danneggiamento e resistenza a pubblico ufficiale (un anno e mezzo di reclusione a Tuma, otto mesi a Di Pofi), ma, pochi mesi fa (dicembre 2016), vi è stato, in Appello, il non luogo a procedere per intervenuta prescrizione.

Si è conclusa così, davanti alla Corte d’Appello di Roma, il processo di secondo grado per le botte all’interno della Questura di Latina, con Gianluca Tuma e Giampiero Di Pofi accusati di aver aggredito i poliziotti della Mobile e l’allora vice Questore Fabio Ciccimarra.

Trascorsi dieci anni dai fatti, a chiedere i proscioglimenti per prescrizione è stato lo stesso procuratore generale: nessun danneggiamento e resistenza a pubblico ufficiale accertati, per un episodio che avrebbe meritato un’attenzione particolare dall’opinione pubblica e qualche domanda sulla sicurezza di un’intera città. Un fatto gravissimo e collegato a quello del Makkeroni da cui si origina e per il quale il gruppo di Tuma, come dice Di Pofi in un’intercettazione, si organizzò per andare a prendere un professore universitario al fine di dirimere la vicenda. Storie intrecciate che, dopo l’assoluzione di Renato Pugliese (perché il fatto non sussiste, dopo la condanna in primo grado per omicidio preterintenzionale di Bruzzese), forniscono un quadro fosco della farraginosa giustizia italiana.

Primula pontina

Tuma era preoccupatissimo per il processo Ciccimarra. Dalle intercettazioni contenute nell’indagine di Don’t Touch, si evince con chiarezza che quell’episodio era molto temuto. D’altronde, per un uomo che ricerca una parvenza di imprenditore rispettato e lontano da traffici e cattive amicizie, arrivando a non avere nessuna utenza telefonica (si fa raggiungere al telefono della moglie), riesumare quel buco nero sarebbe stato come ricacciarlo nella strada. Un imprenditore rispettabile non aggredisce un capo di una Squadra Mobile.

Perseverando nel suo convinto procedere, cioè quello di risultare sempre e comunque irreperibile sia al telefono che dal vivo, fu probabilmente per questo processo che Tuma si inalberò con la madre per aver ritirato la citazione per il grado di appello, nonostante si fosse raccomandato con lei di non andare alle Poste.

In un’intercettazione ambientale dell’indagine Don’t Touch, Di Pofi, parlando con la moglie di Tuma, sostiene che il medesimo aveva un progetto e se lo avessero condannato avrebbe vanificato i suoi sforzi, tra i quali quello di nascondersi per due anni da una notifica. Un agire che, come si evince in un’altra intercettazione della stessa indagine, è stato probabilmente concordato con il suo avvocato.

Se sia stata una strategia difensiva studiata a tavolino con il legale non è certo, ma Tuma si era messo in testa di non ritirare le raccomandate riguardanti i suoi guai processuali.

Come accade con i fatti fortuiti, la madre, un giorno, ritirò una raccomandata provocando le ire del figlio; la notifica causa dell’arrabbiatura potrebbe essere stata quella riguardante la causa del forno di Alberto Locarini, poi finita in un nulla di fatto – in un’intercettazione, la moglie di Tuma, confidandosi con Di Pofi, credeva, sbagliando, che non potesse andare in prescrizione; oppure quella di Ciccimara per la quale Tuma, a detta del suo entourage, era molto in apprensione. Quella che è certa è un’azione ben congegnata che fa di Tuma una vera e propria primula rossa: non aggiornare la residenza anagrafica e non farsi mai trovare per la notifica di atti giudiziari rappresentano strategie tese all’allungamento dei tempi delle udienze che, in caso di mancato ricevimento degli atti di una parte del processo, slittano (la prescrizione si ferma ma i tempi della giustizia si dilatano a tutto favore degli imputati).

Aprile 2014

La vicenda riguarda fatti contestati dal 2011 al 2014. I protagonisti principali sono Massimiliano Mantovano, le sue attività e gli appalti dell’Enac (Ente nazionale per l’aviazione civile). Coinvolti, tra gli altri, l’ex direttore dell’aeroporto di Ciampino, Sergio Legnante, il funzionario della Direzione centrale Enac, Alfonso Mele, l’ex funzionario Enac, Luigi Guerrini, tutti insieme all’imprenditore Mantovano in una presunta associazione a delinquere finalizzata a corruzione, truffa e frode in pubbliche forniture.

I fatti

L’imprenditore latinense Massimilano Mantovano, titolare della MGM, domiciliata a Roma in via Flaminia 395 (un indirizzo da tenere a mente), fu arrestato insieme a collaboratori e a funzionari/dipendenti dell’Enac nel 2014. La sua azione, secondo i magistrati, era in grado di condizionare scelte politiche e di governo. Con l’infedeltà dei dipendenti Enac, si accaparrava commesse pubbliche (esecuzioni dei lavori) a prezzi gonfiati subappaltando i lavori a prezzi più bassi cagionando, in questo modo, un danno patrimoniale alla PA.

Il gioco era semplice

I dipendenti o funzionari Enac rivelavano alle sue società informazioni che gli permettevano di vincere le gare pubbliche, inquinando il regolare svolgimento della gare d’appalto. Anche Mantovano, come Tuma, aveva alcuni prestanome per le sue società di riferimento.

La tecnica è sempre la stessa

Mettere come prestanome famigliari o amici fidatissimi. Dopo aver costituito un vero e proprio monopolio negli appalti Enac, realizzava lavori a prezzi molto alti a danno della casse pubbliche molto simili, per dirla con Buzzi, a mucche da mungere.

Il meccanismo era sempre lo stesso: ripetitivo e altamente remunerativo

1) Per eseguire alcuni lavori in un immobile adibito ad alloggi di servizio all’interno dell’aeroporto di Roma Urbe, una volta aggiudicatosi la gare per 66 mila euro con la società Fata, faceva eseguire i lavori subappaltando a una ditta per sole 4500 euro, e guadagnando per sé i restanti 61mila euro.

2) Per una recinzione aeroportuale, la MGM si aggiudica i lavori per circa 900mila euro e affida a una ditta subappaltatrice i lavori che li realizza per 80 mila euro, facendo guadagnare al sodalizio di Mantovano 800 mila euro.

3) Per la realizzazione della viabilità interna dell’area di distribuzione carburanti di Ciampino, la gara viene vinta per 886 mila euro e realizzata per 90 mila euro da una ditta in subappalto. Lavori che prevedevano un certo importo di gara sono, in questo modo, completati a bassissimo costo e, giocoforza, malamente. Truccando le gare si falsava il sistema concorrenziale che avrebbe potuto far risparmiare soldi alle casse pubbliche e ottenere, a differenza di quanto avvenuto, lavori qualificati.

Un massimo guadagno per le ditte di Mantovano che, tramite il suo sistema di società, riusciva a farsi invitare alle gare dai dipendenti Enac corrotti: tutte le società dell’imprenditore pontino si interessavano così alla gara di appalto che diventava la leva per far girare il mondo, quello di esclusivo interesse della presunta associazione. Alle gare Mantovano faceva partecipare le sue ditte, vere o fittizie, e i funzionari Enac gli fornivano le informazioni utili ai dettagli di gara.

Nelle specifico, l’ingegnere Mele di Enac chiamava ad invito tutte le ditte a lui riconducibili fino a che la denuncia di un dirigente del medesimo ente di aviazione civile non bloccasse questa coazione a guadagnare (a favore di Mantovano) e a perdere (ai danni della collettività).

Alla MGM srl figurava come dipendente/operaio un nome che non può passare inosservato: Gianluca Tuma.

Mantovano, come risulta dagli atti dell’indagine, fece schermare i suoi uffici per evitare le intercettazioni con l’aiuto di apparecchiature preposte. Un’ossessione, quella di non essere intercettato, che lo accomuna a Tuma.

Tuma e Cha Cha, le due belve di scorta come vengono definite dagli organi inquirenti in tale contesto, entrano in gioco quando devono risolvere questioni critiche per Mantovano. Sono ingaggiati, ad esempio, per la questione di alcuni titolari di una ditta, gli Esposito, che aveva eseguito dei lavori e non erano stati pagati da Mantovano (doveva loro 100mila euro).

Durante la riunione chiarificatrice tra Mantovano ed Esposito negli uffici romani di Via Flaminia 395, Tuma e Cha Cha attendevano fuori. A rivelarlo, in un’intercettazione, è il geometra di Mantovano, Adriano Revelant, che si stupì della loro presenza poiché gli Esposito volevano discutere in maniera pacifica.

Tuma sarebbe dovuto intervenire alla bisogna, e si deduce, dalle conversazioni telefoniche, che si presentò armato all’appuntamento. Mantovano contattò la primula pontina, come di consueto, sul telefono della moglie.

Convergenze parallele

L’incontro tra Esposito e Mantovano, alla presenza nascosta di Tuma/Cha Cha, avveniva nella stanza al sesto piano di un immobile sito in Via Flaminia 395. Questa strada sembra più un crocevia di uomini, donne e interessi poiché passano di lì alcuni complicati rapporti economici e politici tra Mantovano, Tuma e un ex Sindaco di Latina che, di certo, non sono tra datore di lavoro e dipendente/operaio o tra vecchi amici che giocano a passarsi srl come fossero carte di una partita a tressette.

Ubicata nello stesso sito, in Via Flaminia 393, c’è la Finclem srl costituita dalle mogli di Mantovano e Tuma, una società operante nel settore delle compravendite e locazioni immobiliari. Ma ubicata al civico 395, come rivelato da Vittorio Buongiorno e Marco Cusumano de Il Messaggero, c’è anche un’altra società, la Lifestyle, una srl nata nel 2008 per occuparsi di “Ricerca scientifica e sviluppo” e che originariamente vedeva la sua sede a Latina in Via Manzoni 31, civico di una società riconducibile a Tuma, la Edilfer srl.

Giovanni Di Giorgi

Quello che ha di particolare la Lifestyle srl non è rappresentato dal fatto di essere ubicata in Via Flaminia 395 (Roma) e di essere stata in Via Manzoni 31 (Latina), quanto piuttosto dal passato che vedeva come socio unico della succitata srl un personaggio molto noto a Latina: l’ex Sindaco Giovanni Di Giorgi che si è trovato a rappresentare una società che, per casualità pontine, come quelle che portarono a rilevare che il marchio verbale e figurativo della fu US Latina Calcio dell’onorevole Maietta appartenevano all’As Campoboario di Tuma e Cha Cha, ha avuto sede prima nello stesso civico di Tuma e poi in quello di Massimiliano Mantovano.

Tra Tuma e Mantovano, d’altra parte, i legami non sono mai mancati.

Quando sequestrarono a Gianluca Tuma le società con i primi provvedimenti di Don’t Touch, fu oggetto dell’azione giudiziaria la Cubinvest srl che, anni prima, aveva acquistato un immobile a Latina in Via Bruxelles dalla MGM di Mantovano, per la cifra di oltre 800mila euro, accollandosi i mutui di quest’ultima. L’immobile acquistato fu frazionato e una delle frazioni fu riacquistata dalla Global Project Management, società riconducibile a Mantovano.

Si è scoperto che la Cubinvest non aveva speso niente, e le rate di debiti e mutuo continuava a pagarle la MGM. In seguito, dopo il sequestro Don’t Touch, la MGM rivendica i soldi che la Cubinvest non gli aveva mai dato, contestando la condotta e chiedendo il rimborso di oltre 600mila euro.

Anche la Finclem, la società per il 75% della mogie di Tuma e il 25% della consorte di Mantovano, è stata coinvolta nelle indagini dell’Enac. Non è quindi pensabile che Tuma svolgesse esclusivamente ruoli da belva di scorta ma, al contrario, erano in essere interessi economici forti e duraturi.

I loro rapporti di affari, inoltre, sono confermati dal fatto che il capannone dei Pedà presso la Migliara 45, oggetto del processo che vide sul banco degli imputati Tuma/Carnevale/Di Pofi ecc., fu pagato dalla Ma.St del fratello di Mantovano.

Ottobre 2015

La vicenda è quella di Don’t Touch. Tuma fu arrestato e gli sequestrarono parte del patrimonio – poi, cadute le altre ipotesi di reato, rimasero in piedi solo l’intestazione fittizia dei beni per cui è stato condannato a 3 anni e 4 mesi in Appello, e le minacce a Buongiorno per cui è ancora in piedi l’indagine, la cosiddetta Don’t Touch 2.

“Visto cosa è accaduto in Francia a usare la penna scorrettamente”

Così si sentì dire il giornalista de Il Messaggero Vittorio Buongiorno, fermato fuori la chiesa San Marco a Latina da un personaggio di cui aveva scritto poco prima. Vittorio era colpevole, a detta di Tuma, di aver scritto riguardo alla vicenda di Mantovano/Enac. Tuma fu citato nell’articolo come guardaspalle dell’imprenditore Mantovano (“le belve di scorta”, così come le descrive il gip di Roma nell’ordinanza di carcerazione di Mantovano). Cosa spinge Gianluca Tuma a esporsi così arrischiatamente per una vicenda che non lo vede neanche penalmente coinvolto? Può una semplice belva da scorta, che dovrebbe eseguire solo gli ordini di un eventuale padrone, dirigersi davanti a un luogo sacro e minacciare un giornalista di farlo finire come i poveri francesi di Charlie Hebdo?

Forse, se la politica non fosse solo un grande gioco delle parti, dove a farla da padrone, sovente, è la cialtroneria e le grancasse elettorali, in un singulto di dignità gli ex (?) maggiori rappresentanti pontini del partito di Fratelli d’Italia potrebbero rispondere ad alcune di queste domande.

Fine seconda parte

(- continua)

Nell’ultima e terza parte di “Esiste una mafia a Latina?” che sarà pubblicata a breve, si racconterà la scalata di Gianluca Tuma al livello superiore, ossia il sogno di diventare un imprenditore inserito nella società civile.

Cittadini forti e liberi

Il cammino è ancora lungo ma da oggi i cittadini sono un po’ più forti e liberi. Nell’ambito dell’accordo stipulato tra Comune e Questura, oggi è stato sgomberato il campo di calcio utilizzato, un tempo, dalla società A.S. Campo Boario “Forti e Liberi”. Le quote della società sono state sequestrate già all’epoca dell’operazione Don’t Touch che ha rappresentato un momento di verità (ancora non del tutto compiuta) riguardo alla mala latinense. La società di calcio era sotto il controllo di Cha Cha Di Silvio, Gianluca Tuma e altri sodali, coinvolti nell’inchiesta e, in seguito, nel processo Don’t Touch.
È in quella società e in quel campo che nasce l’amicizia inopportuna tra Cha Cha e il deputato di Fratelli d’Italia Pasquale Maietta.
Persino dopo il grave episodio del 2004 quando, in seguito a un violento episodio di rissa durante una partita di calcio, la società dei “Forti e liberi” fu radiata dal campionato, nessuno nell’amministrazione comunale e nella politica tout court sentì il bisogno di denunciare ciò che quel campo – dove il Comune non faceva pagare i canoni d’affitto – rappresentava in un quartiere che con fatica cerca la strada del riscatto e della riqualificazione.
Ecco cosa si intende quando si suggerisce sommessamente al sindaco, alla giunta e ai consiglieri di maggioranza di non accettare consigli da chi ha amministrato e da chi non ha fatto un’opposizione degna di questo nome.
Nel 2015 è iniziata l’operazione. Vi è stato bisogno di un commissario prefettizio, Barbato, per procedere a qualcosa di sacrosanto: il sequestro della struttura che presenta, oltre che al campo, un fabbricato per gli spogliatoi, una piccola tribuna ormai in disuso e, sopratutto, fino a questa mattina, cavalli del clan che scorrazzavano beatamente anche dopo le operazioni di qualche settimana fa che videro il sequestro di altri equini appartenenti alla stessa famiglia e lasciati in condizioni di salute precaria in altre zone della città.
È stato importante che l’amministrazione attuale abbia sottoscritto un protocollo di collaborazione con la Questura, che conosce bene le dinamiche del clan, e abbia dato continuità alle disposizioni del commissario Barbato.
Da oggi, in Via Coriolano, dove sono state sequestrate nella stessa operazione anche automobili di lusso e altro, c’è un po’ più di giustizia e civiltà. E i cittadini sono più forti e liberi.
Sarebbe eccezionale e altamente auspicabile che adesso quel campo venisse utilizzato da una società trasparente e rispettosa dei valori dello sport. Una società che metta al centro i giovani e consenta loro di giocare a calcio con il rispetto dell’avversario e senza la presenza di personaggi che non possono educare al bello della rappresentazione straordinaria e sacra qual è lo sport.

Come volevano chiudere il sito www.latina5stelle.it

Diffamazione.

Art. 595 c.p., comma 3:

“Se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a euro 516”.

Chiunque scriva articoli sa bene che può incorrere nel famigerato o sacrosanto (a seconda dei casi) articolo 595 del codice penale. In esergo, ho riportato uno dei casi di diffamazione (ce ne sono altri) più conosciuti, tipizzato nel comma 3: la diffamazione a mezzo stampa.

Chiunque scriva, si sarà sentito dire, almeno una volta nella vita, che sta perdendo tempo o che non serve a niente. E, a uno sguardo superficiale, non risulta che tale affermazione sia passibile di castroneria, vivendo nel Paese dove tutti, o quasi, scrivono libri e nessuno li legge.

Chiedo scusa se utilizzo questo spazio per una vicenda personale, e per di più praticando la supponente prima persona singolare, ma tale vicenda avrebbe potuto coinvolgere più persone, o meglio, attivisti del gruppo di cui ho il privilegio di far parte.

Qualche mese fa, esattamente il 23 novembre del 2015, ho ricevuto la visita di due agenti della Polizia Giudiziaria che mi notificarono due denunce-querele in seguito a un articolo che scrissi nel maggio del 2015.

L’articolo si intitolava “Quando Cha Cha bruciava: assolto!” (fare clic per leggerlo integralmente) e parlava di estorsioni, prepotenze, automobili bruciate, e di un processo, quello per il quale furono imputati il “Cha Cha” del titolo (all’anagrafe Costantino Di Silvio), Gianluca Tuma, Giampiero Di Pofi, Davide Di Guglielmo e Massimiliano Carnevale, prossimo candidato, tra le fila del Partito Democratico, alle Amministrative 2016 per il Consiglio Comunale.

Massimiliano Carnevale

Massimiliano Carnevale

Mi domandavo che cosa ci avesse fatto un politico, il Carnevale per l’appunto, sul banco degli imputati insieme a personaggi noti alle forze dell’ordine, facenti parte del tessuto criminale cittadino e con precedenti penali di una certa gravità, e chiedevo agli alti gradi del PD locale una risposta sull’opportunità di aver candidato, alle amministrative del 2011, il padre del Carnevale, Aristide. Così concludevo il breve scritto: “Intrecci neri che dovrebbero incidere molto sulla credibilità della politica: che cosa ci facesse al banco degli imputati un consigliere comunale, Massimilano Carnevale, insieme a pregiudicati o noti alle forze dell’ordine è una domanda ovvia e necessaria, senza considerare che al suo posto, attualmente, siede in consiglio comunale, tra le fila del PD, il padre, Aristide, un consigliere comunale di cui non si ricorda un intervento o un tema trattato dal 2011 (anno del suo insediamento) sino ai giorni nostri: che sia stato messo in lista da Moscardelli (nel 2011, candidato a sindaco per il PD a Latina) proprio perché padre del Carnevale amico dei suddetti pregiudicati, in grado di escutere voti come fossero crediti? Chissà”.

Mi sembrava rilevante, ancor prima che l’opinione pubblica fosse stata a conoscenza dell’inchiesta Don’t Touch (ottobre 2015), proporre alcune domande e riflessioni (come ho umilmente fatto in questi anni, con il supporto degli attivisti del meetup, nei miei articoli inerenti alla criminalità di questo nostro disgraziato territorio) in ragione dell’art. 54 della Costituzione (“I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”), ma, sopratutto, in virtù del perimetro morale che la buona politica deve rispettare al di là di sentenze di condanna che, come è noto, in Italia, arrivano definitive solo al terzo grado di giudizio e dopo svariati anni.

Invece di rispondere nel merito e pubblicamente alla mie domande di merito e pubbliche, come dovrebbero fare due politici, di cui uno (Aristide), all’epoca del succitato articolo, consigliere comunale in carica, dunque rappresentante di noi cittadini, e l’altro (Massimiliano), avendo svolto il ruolo di consigliere nelle due precedenti consiliature – 2002-2007 e 2007-2010 -, ho ricevuto due querele.

Come qualsiasi cittadino che ha a cuore il territorio in cui vive e non accetta l’oblio comodo dell’indifferenza, mi sembrava importante chiedere conto, prima di tutto, a Massimiliano Carnevale, il quale, nel descriversi, evidenzia tutte le cariche pubbliche di ragguardevole peso che ha occupato: “cattolico democratico cristiano, sin dai primi anni della mia formazione culturale ho perseguito il cammino politico con impegno e coerenza: da delegato provinciale della D.C. giovanile nel 1989, a Consigliere della I° Circoscrizione di Latina nel 1997, quindi Segretario Comunale del C.D.U. fino al 2002, per poi essere eletto nello stesso anno Consigliere Comunale U.D.C.” e successivamente riconfermato nel 2007. In questi anni sono stato membro delle seguenti Commissioni Consiliari: “Urbanistica”, “Commercio”, “Turismo”, “Cultura e Università”, “Avvocatura” ed “Elettorale”, e, in secondo luogo, al senatore Moscardelli che siede nella Commissione Antimafia dove, solo pochi giorni fa, si sono tenute importanti audizioni con protagonisti il Prefetto Faloni e il Questore De Matteis.

In queste audizioni, cui ha partecipato il senatore del PD, si è passata in rassegna la mappatura criminale del territorio pontino e si è citato, giustamente, e tra le altre cose, l’inchiesta e il relativo processo Don’t Touch nella quale sono coinvolti il Cha Cha e il Tuma medesimi già imputati nel processo in corso, e il Di Pofi (indagato). Vale a dire, tre degli imputati nel processo che vide coinvolto, e poi assolto e prescritto, il Carnevale. Continua a leggere